24 agosto 2019
Aggiornato 07:00
Dal film alla realtà

La storia di Gabriella che viveva in aeroporto come in The terminal

Per un anno la donna ha dormito nello scalo aereo dell'aeroporto Falcone e Borsellino di Palermo non potendosi permettere una casa

PALERMO - Come nel film «The terminal» con Tom Hanks, solo che questa è la realtà: una donna siciliana, Gabriella Sciacca per quasi un anno ha fatto dell'aeroporto «Falcone e Borsellino» di Palermo la sua casa, muovendosi tra migliaia di passeggeri in transito senza farsi notare. Gabriella, ritrovatasi da un giorno all'altro senza un tetto sopra la testa, e con appena 300 euro al mese, si è vista costretta a trasferirsi nell'aeroporto, per non finire in mezzo alla strada.

La storia di Gabriella  che ha cercato riparo in aeroporto
«Non avevo altre scelte - ha spiegato - non c'erano alternative in quanto la mia famiglia è inesistente. Aspettando le pratiche legali per avere un mantenimento, una cosa dignitosa, non sapevo proprio dove andare; i miei genitori sono morti, non c'era nessuno pronto ad accogliermi e l'unica soluzione era quella di venire qui in aeroporto, dove sicuramente sarei stata più tranquilla. Non era come stare in mezzo alla strada».

Una storia difficile da vivere e da scrivere
Per non dare nell'occhio, Gabriella ha cercato di confondersi tra i viaggiatori, spingendo un carrello con sopra le valigie che contenevano tutto ciò che le era rimasto. Di giorno mangiava nei bar dell'area check-in e due volte al mese prenotava una stanza in un Bed and breakfast per poter fare una doccia. La maggior parte del tempo l'ha passata scrivendo la sua storia: un'esperienza difficile, ma che le ha insegnato tanto nonostante i momenti duri in cui, però, ha potuto anche apprezzare la grande solidarietà degli impiegati.

La solidarietà del personale del "Falcone e Borsellino"
«Devo dire che ho trovato veramente tanta solidarietà e la gente più preparate a queste disgrazie e più matura. Ho trovato gente che mi vuole bene tuttora. È molto affezionata a me e anche io mi sono affezionata a loro. Mi sentivo come in una famiglia». La storia ha innescato una gara di solidarietà che ha consentito a Gabriella, separata dal marito, di trovare momentaneamente un alloggio a Cinisi in una comunità realizzata in un immobile confiscato alla mafia e gestito dalla cooperativa Libera-Mente .