18 novembre 2018
Aggiornato 04:30

Ritrovate delle ossa umane in un palazzo del Vaticano: così si capirà di chi sono

La scoperta potrebbe riapre il caso Orlandi. La procura indaga per omicidio: verranno svolti accertamenti sui resti. Il padre: «La penso sempre viva»
L'entrata della Nunziatura Apostolica in via Po a Roma
L'entrata della Nunziatura Apostolica in via Po a Roma (Fabio Frustaci | ANSA)

ROMA - Ritrovate ossa umane in uno scantinato della Nunziatura vaticana a Roma, ossia la sede del rappresentante del Papa in Italia, in Via Po 27. Le ossa sarebbero state ritrovate il 29 ottobre a Villa Giorgina. La Procura di Roma sta procedendo ad accertamenti con ipotesi di reato per omicidio. E subito la mente vola a Emanuela Orlandi, la quindicenne figlia di un messo pontificio, che abitava con la famiglia in Vaticano e scomparve nel nulla un pomeriggio del giugno 1983. La sala stampa della Santa Sede ha confermato la notizia del ritrovamento, sottolineando che le ossa sono state rinvenute durante alcuni lavori di ristrutturazione. Al lavoro la polizia scientifica e la squadra mobile della questura.

Pietro Orlandi: «Non è normale trovare delle ossa umane»
«Al ritrovamento di queste ossa è stata subito abbinata la vicenda di Emanuela e di Mirella, io presumo che adesso facciano degli esami preliminari per capire intanto se si tratta di un uomo, di una donna, dell'età, poi da li forse si potrà andare avanti e magari fare una comparazione con il Dna». Lo ha detto Pietro, il fratello di Emanuela Orlandi a La Vita in Diretta. «La cosa che, dico la verità, mi ha colpito parecchio è che stata subito abbinata», ha aggiunto, «per due motivi, intanto perché queste ossa sono state ritrovate all'interno di una Nunziatura apostolica quindi in zona extraterritoriale del Vaticano e ovviamente il Vaticano c'è sempre la questione legata a Emanuela che non si è mai spenta. Quindi probabilmente il primo riferimento è stato quello: non è normale che si trovino delle ossa umane all'interno di una Nunziatura apostolica. La speranza è sempre quella di arrivare alla verità e dare giustizia a Emanuela, io l'ho sempre cercata viva finché non ho la prova che lei veramente sia morta, ma se la verità è questa che esca fuori quanto prima, che escano fuori i responsabili perché Emanuela stava lì in quel posto. Stiamo aspettando che ci dicano qualcosa in più. Io in fondo al cuore Emanuela la penso sempre viva, sempre».

Così la scientifica analizzerà le ossa
Quando vengono trovati dei reperti ossei, come quelli ritrovati nella Nunziatura apostolica di via Po 27 a Roma, per identificare la persona è necessario estrapolare il Dna e poi compararlo. Ma se il dna delle ossa è totalmente deteriorato c'è il rischio di un risultato zero, ovvero nessun Dna comparabile. Come si lavora per cercare di arrivare ad un risultato lo spiega Alessandra La Rosa, genetista forense della polizia scientifica: «Su delega dell'autorità giudiziaria si procede prima alla pulitura delle ossa, poi all'estrapolazione di un profilo genetico, operazione non sempre possibile se il Dna è troppo deteriorato, poi alla comparazione con il profilo genetico della persona scomparsa, se è stato estrapolato da oggetti in uso esclusivo, o con il profilo genetico dei familiari, preferibilmente genitori ma anche fratelli».

La banca dati del Dna
Per le persone scomparse esiste la Banca dati nazionale del dna (Bdn dna) che ha una sezione ad hoc per l'identificazione degli scomparsi «in cui si raccolgono i profili genetici dei consaguinei oppure i i profili diretti estrapolati da oggetti in uso esclusivo alla persona». La banca dati ha anche una sezione criminalistica che raccoglie i profili genetici prelevati da scene del crimine e li confronta con i profili genetici estrapolati da arrestati e fermati, contenuti nell'archivio Afis, che in questo caso vengono analizzati da un punto di vista genetico dal laboratorio centrale del Dap. La banca dati è in funzione da gennaio dello scorso anno ed è in corso l'archiviazione della mole di dati delle tracce analizzate nei vecchi processi penali e raccolti da anni con il lavoro delle forze di polizia per gli scomparsi.

Come si estrae il Dna dalle ossa
Come si estrae il Dna dalle ossa: «L'estrapolazione del Dna dalla matrice ossea ha bisogno di più passaggi e più , rispetto ad un reperto 'regina' come ad esempio i mozziconi di sigaretta o tracce ematica», spiega La Rosa, sottolineando: «Il primo passaggio è la pulizia dell'osso, per eliminare contaminazioni si procede all'abrasione per togliere gli stati superficiali, poi si procede alla frantumazione e polverizzazione, procedimenti delicati perché le temperature possono alterare le tracce di Dna e degradarlo». Poi si procede alla «estrapolazione del Dna attraverso l'uso di resine e reagenti chimici, poi viene quantificato e tipizzato», cioè viene identificato il Dna di quelle ossa. Dna che verrà poi comparato. Ma non sempre - avverte la genetista - è possibile avere un Dna dalle ossa «la possibilità di successo dipende anche dalle condizioni di conservazione dell'osso, elevate temperature ed elevata umidità possono inficiare l'estrapolazione del dna in maniera assoluta. Se il dna è degradato il risultato è zero», ovvero nessun profilo genetico da comprare.

Il rischio di risultato zero
«Il rischio di risultato zero esiste» avverte la genetista della polizia scientifica «e aumenta nel caso di ossa mal conservate all'aperto, sotto al sole, che hanno subito attacchi da parte di batteri e funghi che hanno rosicchiato Dna all'interno della matrice ossea. Il passare del tempo è un fattore importante ma si può ottenere un risultato da un osso conservato 30 anni in condizioni perfette e non da un osso datato 5 anni fa in condizioni pessime». Ad esempio «la sepoltura semplice nel terreno è una condizione pessima a causa dei microarganismi, in una bara ben sigillata ovviamente, il tempo non è un fattore determinante». E i tempi per avere risultati? «Ci vogliono sette-dieci giorni per ottenere un profilo genetico, ulteriori in caso di esito positivo per la comparazione con i profili familiari. Ragionevolmente in totale una ventina di giorni». E se il risultato è zero? «Si ricomincia da capo, con un nuovo campione, provando altri reagenti e tecniche che massimizzino l'estrazione del dna, è un procedimento che può richiedere l'esame di più di un campione». Ma - conclude la genetista forense - «se il dna è completamente degradato non c'è nulla che si possa fare».