15 novembre 2018
Aggiornato 08:30

Chi è l'uomo della Chiesa che ha 'sbloccato' il caso della Diciotti

La 'confessione' di Papa Francesco e il ruolo di padre Aldo, «quello che segue l’Opera di Don Benzi, che lavorano per la liberazione delle prostitute»
Uno dei centri di accoglienza per migranti della Auxilium
Uno dei centri di accoglienza per migranti della Auxilium (ANSA/ LUCA ZENNARO)

ROMA - «Cosa è successo con la Diciotti? Io non ho messo lo zampino». Papa Francesco durante il volo che da Dublino lo riportava a Roma, al termine del Viaggio Apostolico in Irlanda, in occasione del IX Incontro Mondiale delle Famiglie, incontrando i giornalisti a bordo dell’aereo ha provato a far luce sul tema politico del momento. E ha spiegato chi è stato il protagonista della vicenda: «Quello che ha fatto il lavoro con il Ministro dell’Interno» ha spiegato il Papa «è stato padre Aldo, il bravo padre Aldo, che è quello che segue l’Opera di Don Benzi, che gli italiani conoscono bene, che lavorano per la liberazione delle prostitute, quelle che sono sfruttate e tante cose… Ed è entrata anche la Conferenza Episcopale Italiana, il Cardinale Bassetti, che era qui, ma al telefono seguiva tutta la mediazione, e uno dei due sottosegretari, Mons. Maffeis, negoziava con il Ministro. E credo che sia entrata l’Albania… Hanno preso un certo numero di migranti l’Albania, l’Irlanda e il Montenegro, credo, non sono sicuro. Gli altri li ha presi in carico la Conferenza Episcopale, non so se sotto ‘l’ombrello’ del Vaticano o no… Non so come sia stata negoziata la cosa; ma vanno al Centro ‘Mondo migliore’, a Rocca di Papa, saranno accolti lì. Il numero credo che sia più di cento. E lì incominceranno a imparare la lingua e a fare quel lavoro che si è fatto con i migranti integrati».

La Cei: «La nostra è una risposta di supplenza»
«Torino, Brescia, Bologna, Agrigento, Cassano allo Jonio, Rossano Calabro...» Sono tante le diocesi che si sono messe a disposizione spontaneamente per accogliere i migranti della nave Diciotti, dopo lo sbarco di sabato notte dall'imbarcazione bloccata per una settimana al porto di Catania. Ora 143 migranti sono nell'hotspot di Messina per le procedure di identificazione. Quelli accolti dalla Chiesa italiana saranno spostati tra poche ore in un centro di accoglienza nella zona dei Castelli Romani. Mentre è in corso un incontro al Viminale che sta affrontando le varie questioni tecniche, don Ivan Maffeis, sottosegretario della Cei e direttore dell'Ufficio per le comunicazioni sociali, ribadisce in una intervista al Sir: «Questa è una risposta di supplenza. Non è 'la risposta'. La risposta di un Paese democratico matura attraverso ben altri processi. Ma anche risposte di solidarietà e di umanità come questa possono aiutare a sviluppare una cultura dell'accoglienza».

Il ruolo della Cei
È stata quindi «una scelta della presidenza Cei, legata alla volontà di uscire da una situazione di stallo in cui queste persone erano da diversi giorni» precisa don Maffeis. «Davanti ad una situazione insostenibile dal punto di vista umanitario si è scelto di non andare avanti con comunicati ed appelli generici ma di intervenire offrendo una disponibilità all'accoglienza concreta, fattiva ed immediata». Dal punto di vista logistico «i migranti saranno trasferiti quanto prima, nelle prossime ore, nel centro di Ariccia dell'Auxilium, in attesa di essere ospitati nelle tante diocesi che hanno dato la disponibilità spontaneamente, noi non abbiamo fatto alcun appello».

Come funzionerà l'accoglienza
Ancora non si sa quanti effettivamente saranno accolti dalla Cei: «La Chiesa italiana è disposta a prendere tutti quelli che hanno necessità di essere accolti, non abbiamo fatto una questione di numeri». Secondo Don Maffeis esistono «livelli diversi» per affrontare la questione immigrazione: quello «della solidarietà e dell'emergenza» è necessario «ma non è quello con cui possiamo affrontare fenomeni di questa portata, dove la politica e la cultura del Paese deve interrogarsi e fare la propria parte». Sono livelli che vanno uniti: «Non possiamo aspettare che maturino politiche o culture dell'accoglienza che superino la globalizzazione dell'indifferenza. La risposta di un Paese democratico matura attraverso ben altri processi».