23 ottobre 2018
Aggiornato 13:30

Il nigeriano Oseghale confessa: «Sì, ho fatto a pezzi Pamela»

Clamorosa ammissione dell'accusato dell'omicidio della 18enne romana. È stato lui a smembrare il suo corpo, ma non ad ucciderla: sarebbe morta di overdose
Una foto tratta dal profilo Facebook di Pamela Mastropietro
Una foto tratta dal profilo Facebook di Pamela Mastropietro (ANSA/FACEBOOK)

MACERATA – Lo ha ammesso: è stato lui a fare a pezzi il corpo di Pamela Mastropietro, la 18enne romana uccisa e smembrata il 30 gennaio scorso a Macerata. Il 29enne nigeriano Innocent Oseghale ha confessato ai magistrati della Procura di Macerata, durante un nuovo interrogatorio condotto nel carcere di Marino del Tronto, dove è detenuto con le accuse di omicidio, vilipendio e distruzione di cadavere. Ma, sempre secondo la versione resa da Oseghale, che è assistito dagli avvocati Simone Matraxia e Umberto Gramenzi, Pamela non sarebbe stata uccisa da lui, ma sarebbe morta per un malore dopo essersi iniettata in vena una dose di eroina, mentre si trovava nella casa di lui.

Clamorosa confessione
Il nigeriano, dunque, nega sia di aver ammazzato la ragazza che di averla stuprata, ma solo di aver fatto a pezzi il suo cadavere, perché era troppo grande per il sacco dove voleva nasconderlo. «Una volta a casa Pamela si è iniettata l’eroina e subito dopo si è sentita male – è il racconto di Oseghale, per come lo riportano alcune fonti della trasmissione televisiva Quarto Grado – Ho chiesto aiuto a Anthony, un mio amico, al telefono. Lui mi ha suggerito di gettarle sul corpo dell'acqua fredda e di chiamare l’ambulanza. Ho avuto paura. Lei non rispondeva più. Sono uscito a fare delle consegne. Quando sono tornato lei era morta. Sono uscito a comprare un sacco per nascondere il corpo. Non ci sono riuscito perché il sacco era piccolo. Ho preso così la decisione di sezionare il corpo. Non l’avevo mai fatto prima. Ho nascosto i resti in due valigie e le ho portate con un taxi verso Sforzacosta ma ero al telefono e non mi sono accorto di aver superato il paese e così ho chiesto al tassista di lasciare le due valigie lungo il fossato. Temevo della reazione della mia compagna».

L'appello dei familiari
La confessione choc del nigeriano giunge a sei mesi esatti dall'omicidio di Pamela. Proprio in questi giorni la famiglia, che non ha ovviamente ancora superato il dolore per la sua perdita, né ha mai smesso di chiedere giustizia, ha voluto rivolgersi direttamente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere una ferma condanna da parte delle alte cariche dello Stato, che non avevano partecipato al funerale della 18enne. «A sei mesi dalla barbara uccisione di Pamela vorrei chiederle, presidente Mattarella – ha dichiarato lo zio Marco Valerio Verni in un videomessaggio pubblicato sulla sua pagina Facebook – perché mai nessuna parola di condanna quando a compiere gravi reati sono immigrati a danno di italiani? Quanto accaduto a Pamela non è forse barbarie?».