26 ottobre 2020
Aggiornato 03:00
Sequestro Moro

«La verità su Aldo Moro»: al DiariodelWeb.it il presidente della commissione d'inchiesta Grassi

Gero Grassi ci svela i risultati della sua lunga inchiesta sull'omicidio. E quello che avrebbe fatto Moro per risolvere la crisi politica italiana di oggi

ROMAOnorevole Gero Grassi, presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sull'omicidio di Aldo Moro, in questi giorni ricorre il quarantesimo anniversario di questa pagina drammatica della Repubblica italiana. Partiamo proprio da qui: dopo 40 anni, due commissioni d'inchiesta, quattro processi, è possibile che non si sappia ancora la verità?
Purtroppo sì. È triste dirlo, ma è possibile. Non sappiamo ancora la verità sul delitto Matteotti, che è di quarant'anni prima di quello Moro, o su quelli di Lincoln e di Kennedy. Perché questi drammi mettono insieme una pletora di soggetti e di interessi, nazionali e internazionali, che rendono difficile mettere tutti i tasselli a posto. E più andiamo avanti, tanto più diventa difficile.

La vostra commissione qualche tassello in più è riuscita a metterlo?
Molti tasselli in più.

Per esempio?
Per esempio, il bar Olivetti non era chiuso ma aperto, ed era l'epicentro del sequestro Moro. In via Fani c'erano le Brigate rosse, ma anche la banda della Magliana, i servizi segreti italiani e stranieri. Di via Massimi, come luogo della detenzione di Moro, nessuno aveva mai parlato. La verità si basava sul memoriale Morucci-Faranda, ma noi l'abbiamo drammaticamente distrutto, e abbiamo dimostrato che Morucci negli anni '80-'90 sul libro paga del Sismi. Abbiamo dimostrato che il memoriale è stato scritto a più mani: qualche magistrato, qualche giornalista, con la collaborazione intelligente di Francesco Cossiga. Abbiamo dimostrato interessi stranieri nella morte di Moro. Abbiamo capito finalmente perché Moro andava ucciso.

E perché?
Perché lui voleva, da un lato, la democrazia compiuta: quello che volgarmente veniva chiamato il «compromesso storico» di Berlinguer. Che non era quello di Moro: il compromesso storico era una maggioranza che gestisse il Paese, Moro voleva che si creasse l'alternanza democratica tra Dc e Pci.

Costituzionalizzare il Partito comunista, in altri termini.
Esatto. E, lui diceva, spostarlo da Mosca in Europa. Poi Moro voleva costruire, sono parole sue, l'Europa dei popoli, e superare Yalta. Noi l'abbiamo superata con la caduta del Muro di Berlino e dell'impero sovietico: lui lo voleva fare vent'anni prima. Nel '45 Roosevelt, Churchill e Stalin si divisero il mondo: ai fratelli poveri inglesi e francesi andarono le ricchissime colonie, a quelli ricchi Usa e Russia il predominio sull'Est e sull'Ovest. Moro che, cinquant'anni fa, pensa di superare questo, sta fuori dal mondo.

Mette in dubbio anche gli interessi degli Stati Uniti.
Il braccio destro di Arafat, Abu Bassam Sharif, ha detto, non ai giornali ma in commissione, che se avessero ascoltato e fatto quello che diceva Moro negli anni '60, avremmo risparmiato cinquant'anni di guerre tra Israele e Palestina. Moro era in anticipo. Disse: «Non ci può essere Mar Mediterraneo senza Europa né Europa senza Mar Mediterraneo. E il Mediterraneo non può essere il luogo in cui la migliore gioventù italiana sgorga il proprio sangue», riferendosi alla Seconda guerra mondiale. Questa stessa frase è attualissima oggi per il dramma di coloro che scappano dalla fame delle guerre.

Come è attualissimo anche quel tentativo di accordare due rivali storiche della politica italiana. Anche oggi servirebbe un accordo tra rivali...
Ma non vedo Moro né Berlinguer. Non vedo nemmeno Saragat, Nenni, La Malfa...

Ma la sua lezione può esserci utile?
Se ci fosse qualcuno che la capisce.

È caduta nel vuoto?
Lei pensa che gli attuali protagonisti della politica, lo dico in senso lato, capiscano molto?

C'è Mattarella, che era vicino alla corrente morotea.
Certamente sì. Ma lui è il presidente della Repubblica.

Avrà un ruolo fondamentale, però.
Ho capito. Lei tifa per l'accordo?

No, lo sto chiedendo a lei!
Io preferisco stare lontano dalla politica quotidiana. Però capisco le sue esigenze. Il Pd ha perso ed è giusto che faccia opposizione. Ma un partito non è destinato a fare opposizione: è destinato a governare. Se qualcuno ritiene utile il Pd per risolvere l'impasse del momento, non è che può dire: «Questo è il mio programma, mi dovete votare». Questo, in politica, non esiste. Allora si chiamano i partiti, ci si siede, si fa un programma comune, si trovano i punti d'intesa. E così, tra virgolette, si mette anche con le spalle al muro chi gioca allo sfascio. Questo avrebbe fatto Moro.

C'è qualcuno che oggi teme il ritorno alla violenza di quegli anni. Lei vede questo rischio?
La violenza di quegli anni passava attraverso le armi, i colpi, le P38. Ma oggi non è che ci sia meno violenza. Esiste una violenza verbale, un odio, che scatenano soprattutto quelli che Umberto Eco definiva «i frustrati»: quelli che non avrebbero mai parlato nemmeno in un'assemblea di condominio, ma che invece oggi su Facebook si esaltano. La democrazia non è soliloquio, è confronto. Da questi strumenti, che sono eccezionali se usati bene, viene fuori un rancore, un odio, una viscerale antipatia per i processi culturali, democratici, assembleari, che sono spaventosi. Noi oggi in Italia, con le dovute proporzioni e garanzie, abbiamo una situazione che può essere rapportata a quella non tanto del pre-fascismo mussoliniano, quanto della Repubblica di Weimar in Germania.

Preoccupante...
Grande individualismo, predominio del potere economico, frantumazione e debolezza dei partiti, e una società molto sfilacciata, con molti ricchi, moltissimi poveri e in mezzo un vuoto totale. Tutto questo è spaventoso e dovrebbe indurci a riflettere.