21 settembre 2018
Aggiornato 02:00

Salvini blocca Berlusconi sul dialogo col Pd e sfida l'Ue sul tetto del 3%

"Al governo solo se posso realizzare il programma"

MILANO - Non vado al governo con il Pd e non vado al governo per bruciarmi: o si può fare quello che abbiamo promesso, o è meglio aspettare ancora. Matteo Salvini riunisce il classico Consiglio federale del lunedì, in via Bellerio, e incassa il sostegno dei vertici leghisti sulla linea fin qui tenuta. L'intervista con cui Silvio Berlusconi ha ipotizzato un dialogo organico con il Pd viene dunque rispedita al mittente. "Non andremo mai al governo se non potremo fare quello che vogliamo realizzare: cancellare la legge Fornero, controllare l'immigrazione clandestina e ridiscutere i trattati europei». Ma soprattutto, dice il leader leghista al termine del Federale, "gli italiani non ci hanno votato per riportare Renzi al governo. E neanche Gentiloni». Di conseguenza viene confermata l'intenzione dello schema a due con i Cinque Stelle per le presidenze delle Camere, rifiutando l'ipotesi berlusconiana di 'agganciare' il dialogo con il Pd partendo proprio dai seggi più alti di palazzo Madama e Montecitorio. "Gli italiani non ci hanno votato per riportare Renzi al governo. E neanche Gentiloni". 

Tetto 3%, euro e immigrazione
Intanto, da Strasburgo, il leader del Carrocccio spiega che «stiamo lavorando a un programma di governo partendo da lavoro ed emergenza. Se su questo programma ci sarà una maggioranza, mi prendo il dovere e l’onere di governare. Se per andare al governo devo portare chi è stato bocciato al voto, allora no». E ribadisce: "Mai nella vita governerò con Renzi». Al Parlamento europeo Salvini ha illustrato gli scenari dopo le elezioni italiane, lanciando una sfida alle istituzioni europee. «Il rispetto del 3% del deficit/Pil fa parte di quelle regole scritte a tavolino, che se fanno stare meglio i cittadini noi rispetteremo, ma se in nome di quei vincoli dobbiamo licenziare chiudere e precarizzare allora non rispetteremo», ha detto. «Se devo trovare 31 miliardi di euro per evitare l’aumento di accise tasse e Iva, allora non lo rispetteremo - ha aggiunto - contratteremo con Bruxelles un modo reciproco». Poi è tornato ad attaccare la moneta unica. «L’euro era è e rimane una moneta sbagliata», ma non c’è la possibilità «di una uscita solitaria dell’Italia. I nostri esperti lavorano a un piano piano B, nel caso che da Bruxelles arrivassero solo dei no». Sul capitolo immigrazione ha invocato politiche più serie: «Con noi al governo ci saranno meno sbarchi e più espulsioni», aggiungendo che «Macron sta copiando di brutto il programma di Marine Le Pen, quando dice che per i migranti economici non c’è futuro. Basta andare a Parigi dal campione dell’europeismo, Macron».  

La strategia di Salvini
La strategia di Salvini resta dunque immutata: "Aspettiamo che si formino i gruppi parlamentari, aspettiamo di vedere cosa succede con gli espulsi dei Cinque Stelle, con i centristi eletti nel centrosinistra, e anche nel Pd. Aspettiamo che i neoeletti si 'abituino' alle comodità del Parlamento, e vediamo poi se vorranno tornare a casa... E poi si vedrà che numeri ci sono». Strada impervia, lo riconoscono anche i fedelissimi di Salvini, visti i numeri che mancano al centrodestra per raggiungere la maggioranza. E tuttavia le alternative non sono al momento praticabili: l'accordo con i Cinque Stelle sulle presidenze delle Camere, si ribadisce, non potrà essere il prodromo del governo, ma servirà solo per far partire la legislatura "nel rispetto delle indicazioni degli elettori». E ovviamente per stoppare il tentativo berlusconiano di dialogare col Pd. Ben sapendo che un accordo organico coi Dem - se mai si potesse realizzare - avrebbe conseguenze sulla premiership, sulla suqadra di governo e sul programma.

Modificare la legge elettorale
Piuttosto, nel Carroccio si inizia a ragionare sempre di più di possibili modifiche alla legge elettorale per un ritorno al voto che dia maggiori chance di avere una maggioranza definita: "Nella scorsa legislatura i Cinque Stelle insistettero per un proporzionale puro e bocciarono gli emendamenti per il premio di maggioranza. Vediamo se ora cambieranno idea", dice un leghista di peso. Perché Salvini su questo non cambia idea: la prima volta di un leghista a palazzo Chigi non dovrà essere alla guida di un "pateracchio" o di un "minestrone", ma dovrà essere nelle condizioni di "trasformare in fatti gli impegni elettorali".