23 settembre 2018
Aggiornato 17:30

A Domusnovas l'antidoto alla disoccupazione sono le bombe che i sauditi sganciano in Yemen

In questa area della Sardegna, la RMW, azienda tedesca che produce le bombe che esplodono in Yemen, dà lavoro a 270 persone
Corteo di protesta a Domusnovas contro la Rwm.
Corteo di protesta a Domusnovas contro la Rwm. (ANSA/ ROBERTO MURGIA)

CAGLIARI - Domusnovas è un piccolo comune sardo di 6000 abitanti o poco più, molti meno se si considerano tutti coloro che se ne sono andati per studiare o lavorare in altre regioni o addirittura altri Paesi, senza mai spostare la residenza. Etimologicamente «Case Nuove», Il paesello sardo è noto per le Grotte di San Giovanni, sua attrazione naturalistica principale, ma anche per qualche festa religiosa tradizionale. Ma ci sono altre due ragioni per le quali i riflettori nazionali si sono accesi, oggi e in passato, su Domusnovas: le miniere e le bombe. Le miniere, perché, fino a qualche decennio fa, costituivano la principale fonte di sostentamento per gli abitanti del luogo: da inizio Ottocento a metà Novecento, infatti, erano quasi 50 i siti che assorbirono la forza lavoro dell’area, tradizionalmente occupata in agricoltura e pastorizia. Già alla fine dell’Ottocento, circa diecimila persone lavoravano nelle cave, e il capoluogo di provincia, Carbonia, fu fondato durante il Ventennio proprio per ospitare chi sarebbe andato a lavorare nelle cave per estrarre, appunto, il carbone. 

Dalle miniere alle bombe
Con il declino delle attività minatorie del secondo dopoguerra, a poco a poco, a prendere il posto delle cave, sono state le bombe. Le bombe prodotte dall'azienda Rwm, parte del gruppo tedesco Rheinmetall defense, che fabbrica ed esporta armi in tutto il mondo. A questo è dedicato il bel reportage pubblicato di recente su Internazionale, a firma di Enrico Pitzianti, ma, a dire il vero, la (triste) storia di Domusnovas ha fatto il giro del mondo ed è finita, di recente, anche sul New York Times. Perché quelle bombe, prodotte nel paesino sardo, arrivano dritte dritte a rifornire i sauditi. Che poi le sganciano su scuole, case e ospedali in Yemen, provocando una delle più grandi catastrofi umanitarie degli ultimi anni.

Non una novità, ma una realtà taciuta
Che bombe di fabbricazione italiana finissero a seminare morte in Yemen non è una novità. È un argomento di cui si parla da tempo, e di cui vi abbiamo parlato anche noi. Ciclicamente, però, il tema finisce relegato nel dimenticato: media e opinione pubblica se ne dimenticano, e i riflettori si spengono. Come dimenticata dalle principali cronache nazionali (e spesso anche internazionali) è del resto la guerra nel Paese asiatico, che continua a mietere centinaia di migliaia di vittime nel silenzio complice del mondo intero. Il caso di Domusnovas, però, è piuttosto rappresentativo. Rappresentativo di un dibattito, quello sulla produzione ed esportazione di armi e bombe a Paesi in guerra, intrappolato, in questo caso, tra due interessi opposti: da un lato, il rispetto della Costituzione, che, si sa, enuncia che «l'Italia ripudia la guerra»; dall'altro, invece, il destino dei 270 lavoratori dell'azienda, di cui il 70% residente proprio a Domusnovas, che temono la disoccupazione già dilagante nell'area. 

Il sindaco? Dalla parte dei lavoratori
Il giornalista Pitzianti cita, nel suo reportage, le parole del sindaco Massimiliano Ventura, peraltro assurto all'onore delle cronache nazionali per essere stato vittima, nel maggio scorso, di un atto intimidatorio: qualcuno gli ha infatti fatto esplodere in auto un ordigno artigianale. Sul caso Rwm, ad ogni modo, si è mostrato irremovibilmente schierato «dalla parte dei lavoratori». Che, naturalmente, se l'azienda chiudesse, perderebbero il lavoro.

Una riconversione difficile, a cui si preferisce l'ampliamento
Difficile, anche, parlare di riconversione. Perché questa, per una lunga serie di aziende come la Binex, è stato il preludio del fallimento. Senza contare che la provincia del Sud Sardegna ha un tasso di disoccupazione giovanile del 50%. La Sardegna in generale, in effetti, è tra le cinque regioni italiane che hanno fatto registrare un tasso di disoccupazione superiore al doppio della media registrata nei Paesi dell'Unione europea. Una questione seria, che non ferma, però, i legittimi movimento di protesta. Come il Comitato No Basi, e altre associazioni pacifiste e antimilitariste che si sono attivate contro le attività della Rwm. Tutte proteste nate per motivi etici, ma anche ambientali. Il 15 maggio scorso, poi, è nato il Comitato di Riconversione RWM, «composto da oltre 20 aggregazioni locali, nazionali ed internazionali accomunate dallo scopo», si legge sulla sua pagina Facebook, «di promuovere la riconversione al civile di tutti i posti di lavoro dello stabilimento RWM sito tra i territori di Iglesias e Domusnovas, nell'ottica di uno sviluppo del territorio che sia pacifico e sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale e come segno di volontà di pace dal basso, che possa costituire uno stimolo alla cittadinanza attiva e alla politica nei vari territori nazionali e internazionali, necessario in questo clima di "guerra mondiale a pezzi"»

Dibattito politico tra ampliamento e delocalizzazione
A preoccupare, tra le altre cose, è anche l'ipotesi di creazione di un «campo prove», parte della richiesta di ampliamento dell’azienda, che non può che rimandare ai campi di questo tipo che nel Sulcis non sono mai stati bonificati, com’è successo per esempio a Capo Teulada, dove ancora oggi si ritrovano ordigni inesplosi. La questione dell'ampliamento, naturalmente, ha assunto rilevanza politica. A scontrarsi, soprattutto, i politici di Domusnovas e quelli di Iglesias. Il sindaco del paesino sardo sarebbe molto favorevole all'ampliamento - perché ciò, sostiene, creerebbe diversi posti di lavoro -, mentre ad Iglesias c'è più scetticismo. Tra i maggiori oppositori del progetto c'è un politico di centrodestra locale, Mauro Pili, già sindaco di Iglesias e presidente della Sardegna dal 2001 al 2003. A tutto ciò, si aggiunge lo spettro della delocalizzazione dell'azienda a Sud di Riad, in Arabia Saudita, dove già l'azienda tedesca nel marzo 2016 aveva inaugurato uno stabilimento. Una scelta che consentirebbe all'azienda di risparmiare, naturalmente, sui costi del lavoro, lesinando sui diritti dei lavoratori. In più, la Rwm ovvierebbe alla sempre maggiore tendenza europea di storcere il naso di fronte alla produzione di bombe e armi dirette ad attori attivi nella guerra in Yemen. Una tendenza che sì, sta prendendo piede, ma che, evidentemente, a giudicare dal caso di Domusnovas, non è ancora abbastanza forte.