18 ottobre 2019
Aggiornato 16:00
Leopolda 8

Fake news, nel report del Pd voluto da Renzi ci sarà anche lo spread che li ha messi al potere?

Alla Leopolda Matteo Renzi ha annunciato un report quindicinale in cui il Partito Democratico smaschererà le bufale: ci sarà anche quella riguardante lo spread?

Il segretario del Pd Matteo Renzi sul palco della Leopolda, Firenze
Il segretario del Pd Matteo Renzi sul palco della Leopolda, Firenze ANSA

FIRENZE – Ma davvero c’è chi ha creduto che Maria Elena Boschi, Laura Boldrini e altri esponenti del Partito Democratico fossero presenti al funerale del boss della mafia, Totò Riina? Ma per favore. Quella foto, come è stato spiegato, venne scattata durante il funerale di Emmanuel Chidi Nnamdi, il richiedente asilo nigeriano morto a Fermo lo scorso luglio dopo una colluttazione con l'ultrà Amedeo Mancini. Quello che venne taciuto è che mafiosi nigeriani erano presenti a quel funerale. E qui è il vero problema. Da fenomeno virale a perverso strumento politico: il dibattito sulle notizie false ha sinceramente stufato. Per fortuna ogni tanto si riesce a fare chiarezza. A dare la possibilità ai principali esponenti della sinistra italiana di dare la caccia alle bufale, è stata proprio una bufala: l’unica testata a ricordarlo è stata Dagospia. Quando Matteo Renzi dalla Lepolda o Maria Elena Boschi e Laura Boldrini dai social network, lanciano le loro crociate di comodo contro le fake news, si ricordano della favola dello spread montata ad arte solo per far fuori Silvio Berlusconi?

Lo spread
Era il 2011, al governo c’era il governo guidato da Silvio Berlusconi – fino a prova contraria eletto coi voti della maggioranza degli italiani – quando cominciarono a circolare una serie di voci sull’emergenza dei conti pubblici italiani. Dove circolavano questi dati? Erano pubblicati da profili Facebook o account Twitter di qualche buontempone? Niente affatto: a fare da cassa di risonanza a queste visioni catastrofistiche sono stati precisi gruppi editoriali, fomentati – come ha sottolineato Dagospia – «dai governi europei stufi di avere a che fare con lo scopatore Silvio, fiaccato nella credibilità da un anno di inchieste sul bunga-bunga». I conti pubblici di oggi, tra l’altro, sono ben peggiori di quelli del 2011, ma ai cacciatori di fake news poco importa. E continuano a stare al loro posto provando a indicarci a quali cose farci credere e a quali no.

Fake news e notizie taciute
L’ultima polemica sulle bufale, dunque, nasce dalla foto (fasulla) riguardante esponenti di governo al funerale di Riina. Quello scatto, però, li aveva ritratti nel corso di un altro funerale, di Emmanuel Chidi Nnamdi, richiedente asilo nigeriano morto a Fermo lo scorso luglio dopo una colluttazione con Amedeo Mancini. Come riportò l’Ansa, a quella cerimonia, però, erano presenti anche alcuni esponenti della mafia nigeriana del gruppo Black Axe, riconoscibili dai vestiti neri con fazzoletti e coccarde rosse. Questo è quanto emerse dall’informativa di polizia contenuta nel fascicolo del Pubblico Ministero, che è stato depositato e di cui hanno preso visione i difensori di Mancini.

Grottesco dietrofront
E così, quella parte politica che da sempre si è riempita la bocca con parole grosse come libertà di stampa, di pensiero e di espressione, ora invece si trova a fare un grottesco dietrofront. «Sono vere solo le notizie che vi diciamo noi, non credete alla rete» sembrano voler sostenere. Come ha notato Marcello Veneziani, «se la rete abbonda di postverità, i media abbondano di pre-falsità, ovvero di falsità costruite a priori, pregiudizi che precedono i fatti e prescindono dai fatti. C’è una vera e propria fabbrica delle notizie corrette e filtrate, dei linguaggi costretti e ipocriti, delle omissioni e delle menzogne organizzate. La Rete è figlia di questo contesto. Una figlia che si ribella a tutto questo ma poi finisce per somigliare tutto a sua madre». Eppure, c’è una piccola differenza: se una bufala viene diffusa nel web, questa viene smascherata nel giro di poche ore. Quelle che appaiono sulla carta stampata, invece, quasi mai vengono rivelate e la storia dello spread lo dimostra.