21 novembre 2019
Aggiornato 06:00
Proteggono i lavori di Trevi alla diga di Mosul

Che cosa ci fanno davvero i nostri soldati a Mosul?

Il ministro Pinotti ha specificato che i soldati italiani a Mosul non parteciperanno all'offensiva contro l'Isis. Il loro compito è di proteggere (a nostre spese) i lavori di Trevi, azienda privata con azionista lo Stato

Soldati italiani.
Soldati italiani. Shutterstock

MOSUL - Il ministro della Difesa Roberta Pinotti lo ha assicurato prima che le operazioni a Mosul per cacciare l'Isis iniziassero: i circa 1400 soldati italiani (tra settore aereo e terrestre) impegnati in Iraq non parteciperanno alla battaglia. A maggior ragione sono «esentati» dalla missione quei militari messi a disposizione dal Belpaese per impegnarsi in tutt'altra attività: vigilare, cioè, sui lavori presso la diga di Mosul, a una quarantina di chilometri dalla città. 

La diga dai piedi di argilla
Secondo una nota del ministero della Difesa, a difendere la diga vi sono circa 500 soldati italiani, giunti a scaglioni dallo scorso maggio. Nessuna partecipazione ad azioni offensive, dunque, ma solo una missione che serve, in parole povere, a garantire la sicurezza della ditta che ha ottenuto la commessa di intervenire sulla diga, la più grande dell'Iraq. L'infrastruttura, oltre ad essere minacciata dall'Isis, ha anche un problema strutturale: costruita negli anni Ottanta da un consorzio italo-tedesco, si regge infatti su fondamenta carsiche, caratteristica che ha causato il formarsi di enormi «buchi», riempiti di continuo con cemento da un trentennio a questa parte.

Importanza strategica
La questione è tutt'altro che secondaria: perché la diga di Mosul ha un'indiscussa importanza strategica, con un invaso che può contenere fino a 11,1 chilometri cubici d’acqua, che scende dalla Turchia, a 110 chilometri di distanza, e con un impianto idroelettrico da 1.052 megawatt, in grado di fornire acqua ed elettricità alla città e a gran parte della regione.

Allarmismo
Gli allarmi sulla sua stabilità si sono susseguiti nel tempo: nel 2006 veniva definita da un rapporto del genio militare degli Stati Uniti la «diga più pericolosa del mondo» a causa dell'erosione interna delle fondamenta; 10 anni più tardi, uno studio Ue ha messo a fuoco le conseguenze catastrofiche del cedimento di una parte pur limitata della diga, un quarto del fronte: se ciò accadesse, la città di Mosul sarebbe investita nel giro di un’ora e mezza da un muro d’acqua alto fino a 25 metri e in media di 12 metri, e l’ondata travolgerebbe Tikrit e Samarra e dopo tre giorni e mezzo giungerebbe a Baghdad, con una piena alta tra due e otto metri. Mettendo in pericolo milioni di persone.

Come ha ottenuto la commessa l'italiana Trevi?
La missione italiana a protezione dei lavori della diga è dunque certamente utile, date queste premesse, ma ha più di un aspetto controverso. Perché la ditta che si occupa dei lavori è l'italiana Trevi, che si è aggiudicata la commessa da quasi 265 milioni di euro. Peccato che il procedimento di assegnazione di tale commessa sia stato tutt’altro che lineare. Che cosa è accaduto esattamente? Come ben ricostruisce Marina Forti su Internazionale, il 15 dicembre 2015 il premier Matteo Renzi ha annunciato che l’italiana Trevi aveva vinto la commessa sui lavori, e che l’Italia ne avrebbe garantito la sicurezza con l’invio di 450 soldati.

Gara d'appalto a un solo partencipante?
Dichiarazione smentita dopo qualche giorno da un portavoce del Governo iracheno, a cui si è unito il ministro per le Risorse idriche Muhsin al Shammary, dichiarando che «l’Iraq non ha bisogno di stranieri per difendersi». Poco prima di Natale, il ministro della Difesa Pinotti ha invece confermato quanto riportato da Renzi, precisando però che la commessa non era ancora stata ufficialmente assegnata. Quindi, il 2 febbraio il ministro iracheno delle Risorse idriche avrebbe inoltrato un documento formale al Parlamento iracheno che citava il rapporto allarmistico del genio militare degli Stati Uniti, e in cui si dichiarava che Trevi era stata l'unica azienda a partecipare alla gara d’appalto, motivo per cui il Parlamento avrebbe dovuto chiedere formalmente alla Banca mondiale di erogare il denaro per assumerla.

Trevi si aggiudica la commessa per procedura d'urgenza
Dopo pochi giorni, l’ambasciata di Baghdad ha diffuso una nota allarmante, sostenendo che la diga rischiava un collasso improvviso, notizia subito prepotentemente rimbalzata sui media internazionali. Il diffuso allarmismo deve aver spinto Baghdad a prendere una decisione. A marzo, il Governo iracheno ha firmato il contratto con l’italiana Trevi, a cui però i lavori sono stati affidati per procedura d’urgenza. Non è chiaro, ad oggi, se la gara sia mai stata fatta o se la Trevi fosse l’unica concorrente in gioco. C’è chi dice che, dopo solo un mese dall’affidamento della commessa, il senso d'urgenza fino a poco prima da ogni parte sottolineato sia misteriosamente scomparso. «Certo che la situazione è critica, ma se fosse stata davvero drammatica avremmo iniziato subito», avrebbe confidato un funzionario dell’impresa italiana.

I legami con il genio militare Usa
La Trevi, peraltro, ha una filiale negli Stati Uniti, la Treviicos, che ha lavorato proprio per il genio militare degli Stati Uniti fin dal 2001. Senza contare che, per ironia della sorte, Trevi faceva anche parte del consorzio che ha originariamente costruito la diga di Mosul negli anni Ottanta. Come riporta Internazionale, a dicembre, quando è per la prima volta circolata la notizia del contratto (che si diceva ammontare a due miliardi di dollari), le azioni dell’azienda sono salite del 25%.

Scorta pubblica per un'azienda privata, con secondo azionista lo Stato
Ma c’è un altro punto che rende la vicenda controversa. Perché la Trevi è un gruppo privato, familiare, che però dal 2014 ha un azionista pubblico. Infatti, il Fondo strategico italiano e la sua controllata, Fsi Investimenti (compagnie di investimento di capitale di rischio appartenenti alla Cassa depositi e prestiti) sono entrate nel capitale sociale detenendone il 16%, e quindi rendendo lo Stato italiano il secondo azionista della società. In pratica, dunque, lo Stato italiano avrebbe promosso una commessa internazionale per un’azienda privata di cui esso stesso è azionista, impegnando per giunta truppe italiane, a spese dei contribuenti, per la sua protezione. E, si badi bene, non è così comune che lo Stato finanzi a spese pubbliche un contingente a difesa di aziende private che lavorano in luoghi ad alto rischio: un privilegio di cui invece la Trevi gode.

I costi rientrano nella missione contro Daesh
Vi sono peraltro dei genieri americani a supervisionare i lavori e a mettere a disposizione alcuni tecnici: ma non è del tutto chiaro chi li paghi, dato che Baghdad è in grave difficoltà e la Banca Mondiale ha negato qualsiasi finanziamento diretto. Ad oggi, comunque, non si conoscono neppure i costi della missione italiana a difesa dei lavori di rafforzamento della diga, ma si sa che rientrano (per legge) nei costi complessivi della missione in Iraq, e più precisamente nella «proroga della partecipazione di personale militare alle attività della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh». Questo, nonostante la ministra Pinotti abbia precisato che quei soldati non partecipano ad attività sul campo contro lo Stato islamico.