24 agosto 2019
Aggiornato 07:00
E' giusto che i giornalisti si appostino sotto casa della Raggi?

Raggi e il linciaggio mediatico, perché Luca Bottura sbaglia

Nel suo blog Bottura ha invitato Virginia Raggi a non indulgere in una doppia morale, dato che lei ha sempre cavalcato l’odio contro i giornalisti e contro il nemico politico. Ma il rischio è di fare come Studio Aperto con il giudice Mesiano.

ROMA - Si è molto dibattuto sul «linciaggio mediatico» a cui è sottoposta Virginia Raggi, oggi. Alcuni commentatori lo hanno «difeso» in nome di una legge del taglione piuttosto brutale. Uno di questi, Luca Bottura, sulle pagine del suo blog ha artatamente sviluppato un ragionamento greve, in cui rivendica il diritto dei giornalisti a comportarsi coerentemente al clima di odio che i sostenitori del Movimento Cinque Stelle, nonché i fondatori e parlamentari, hanno creato. Ora, chi scrive è egli stesso oggetto di feroci attacchi da parte dei sostenitori del M5s: la rete è un territorio oscuro, in cui si crea ridondanza. E sicuramente nella classifica mondiale dei soggetti che più tendono ad offendersi vi sono i sostenitori del movimento politico fondato da Beppe Grillo e Roberto Casaleggio.

E' giusto che i giornalisti si appostino sotto casa della Raggi?
Bottura, ex giornalista del mitico settimanale «Cuore» e oggi in forza al Gruppo Espresso – «Cuore» fu un raro esempio di ferocia giornalistica cum grano salis degli anni Novanta – invita quindi Virginia Raggi a non indulgere in una doppia morale, dato che lei ha sempre cavalcato l’odio contro i giornalisti e contro il nemico politico. Non si lamenti la sindaca se i giornalisti si appostano sotto casa come cecchini, pensi invece agli attivisti Cinque Stelle che insultano tutti, in particolare la Boldrini: questo sostiene Bottura. Ora, dato che la violenza verbale è la norma 5s, scrive Bottura, essa deve diventare comune: quindi tutti possono linciare tutti. I giornalisti possono appostarsi sotto casa della sindaca di Roma per vedere, o meglio dire spiare, cosa fa, cosa mangia, chi vede, come si veste, quante volte va in bagno, se ha l’amante, se si lava i denti dopo cena e così via.

Bottura ha sdoganato il «metodo Mesiano»
Dopo le spericolate parole di Bottura, che invito a leggere per completezza di informazione, rievoco un vecchia e paradigmatica esperienza di alto giornalismo accaduta qualche tempo fa. Il 15 ottobre 2009 il giudice Raimondo Mesiano, magistrato che solo un giorno prima aveva condannato la Fininvest a pagare una multa milionaria per danni alla Cir di Carlo de Benedetti, fu filmato da una giornalista di Studio Aperto durante una passeggiata. Nel filmato fu descritto come «stravagante», in virtù del suo atteggiamento di fronte al barbiere che doveva alzare la saracinesca – il giudice passeggia – e del suo abbigliamento: aveva i calzini turchesi. Il servizio di Studio Aperto provocò un’apocalisse di commenti e indignazione. E si disse chiaramente un’ovvietà: il giornalismo non è uno strumento con cui esercitare pressione politica o intimidazione. Il direttore di Studio Aperto del tempo, Aldo Brachino, si scusò con il giudice: «Il servizio sul giudice Raimondo Mesiano, andato in onda giovedì scorso, non è stato un capolavoro. Di questo me ne assumo tutte le responsabilità. Mi scuso quindi con Mesiano e mi impegno a non trasmettere più quelle immagini. Io non ho alcuna paura di scusarmi». Non bastò e fu sospeso dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia.

Il giornalismo è diventato un ring dove suonarsele di santa ragione?
Le parole di Bottura sdoganano il comportamento che fu tenuto con il giudice Mesiano? Che ne pensa Luca Bottura di quella vicenda? Perché se i giornalisti oggi possono mettersi sotto casa della Raggi per vedere cosa fa, allora anche al tempo avevano il diritto di riprendere il giudice Mesiano e definirlo «stravagante» per i calzini azzurri. O no? Visto che Bottura procede per sillogismo, non ci tiriamo indietro. Quale differenza tra le due vicende? Se il giornalismo oggi non è più raccontare la storia tentando di essere il più oggettivi e onesti possibile – super partes per la verità non lo è mai stato e mai lo sarà perché ognuno in cuor suo tifa – allora tutto diventa un ring dove suonarsele di santa ragione?

Raccontiamo i fatti e torniamo seri
E’ vero che il blog, gli attivisti, i parlamentari, i consiglieri comunali del M5s spesso perdono il lume della ragione e sbraitano come ossessi, urlano, insultano e minacciano. A chi lo nega, chi scrive può dirlo con cognizione di causa. Ma questo modo di operare non può essere sdoganato per i giornalisti, in virtù di una sedicente parità di trattamento. Che mondo è? Se raccontare è un mestiere nobile, fatto certo di mille difficoltà e miserie date dalla mancanza di risorse che rende i giornalisti uno sterminato esercito di riserva per editori senza scrupoli, allora è da rifiutare la logica che prevede il «diritto ad essere come colui che mi insulta». Ci sono fatti da raccontare sulla Raggi? Raccontiamo quelli. E’ un fatto riprenderla mentre porta il figlio a scuola? Un fatto degno di nota? Com’era già che diceva Gaber?: «Non temo il Berlusconi fuori di me, ma il Berlusconi che è in me». Cerchiamo di essere seri e adulti.