9 dicembre 2019
Aggiornato 06:30

Anamnesi della malattia che sta affliggendo il centrodestra

Un tempo c'era Berlusconi, che ingombrava il centrodestra con la sua scaltrezza mediatica e politica, e davanti al quale qualsiasi leader di quel «disastro politico» che è stata per anni la sinistra italiana finiva per impallidire. Oggi, invece, c'è Renzi, e, dall'altra parte, un centrodestra che fatica a rimettere insieme i pezzi. Perché?

Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia.
Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia. Shutterstock

ROMA - Si è scritto tanto, e di tutto, su ciò che sta accadendo nel cantiere centrodestra a Roma, e, più in generale, a livello nazionale. Il rischio è però che, seguendo passo passo tutte le beghe che in queste settimane ne hanno animato il «dibattito» (se così si può dire), si finisca per perdere la visione d'insieme. E, in questo caso, la visione d'insieme è forse ancora più impietosa - ma necessaria - dell'osservazione minuta dei singoli «episodi» della saga. Marco Fontana, su Sputnik, la chiama «eutanasia di un'opposizione politica»: un'eutanasia tipicamente italiana che, di fatto, finisce per sostituire quella che dovrebbe essere la gestazione di una nuova proposta, volta a contrapporsi allo strapotere di Matteo Renzi. Eppure, è evidente che qualcosa, in tale processo di «gestazione», non stia funzionando: visto che quegli stessi soggetti che, almeno per scontate ragioni d'età, dovrebbero incarnare la «rinascita», faticano invece a imprimere una direzione netta, e ancora soccombono davanti alle aspirazioni del «vecchio padre» Silvio Berlusconi.

Tutta colpa di Berlusconi?
Ma sostenere che sia Berlusconi l'unico problema di un centrodestra che fatica a rinnovarsi e ad acquisire credibilità sarebbe forse un'analisi troppo miope. Certo, l'ex Cavaliere rappresenta un ostacolo sulla strada, per dirla alla Renzi, della «rottamazione». E non perchè si debba rottamare a tutti i costi - come nello stile dell'ex sindaco di Firenze -: eppure, da un lato esistono ovvie considerazioni anagrafiche che spingono al cambiamento, dall'altro è l'elettorato stesso che si aspetta dal centrodestra la capacità di mutare pelle così come mutano i tempi, senza necessariamente snaturarsi, ma certamente evolvendosi. La fissità, d'altra parte, è l'esatto contrario della politica. 

Il vizio d'origine
Il «padre ingombrante», dunque, c'è. Ma ciò che inchioda il centrodestra a una spirale apparentemente senza uscita è anche qualcosa di più profondo, legato a doppio filo alla sua storia. Fontana lo chiama il «vizio d'origine» del centrodestra: l'abitudine, cioè, a «vincere facile» e a «vincere sempre», principalmente per «demerito dell'avversario», o, peggio, per la sua assenza. La sinistra italiana della Seconda Repubblica è sempre stata un vero e proprio disastro politico, incapace di rivendicare una propria identità oltre e al di là dell'anti-berlusconismo che la caratterizzava. Così, il centrodestra del Cavaliere, nonostante abbia spesso disatteso le aspettative dei propri elettori (impegnandosi più che altro a portare avanti battaglie innegabilmente ad personam) ha sempre avuto gioco facile nelle competizioni elettorali. Eppure, ideologicamente parlando, il centrodestra c'era: esisteva e ingombrava lo scacchiere politico, animava le folle attraverso la scaltrezza mediatica del suo «faro». Una scaltrezza davanti alla quale ogni leader di sinistra finiva irrimediabilmente per soccombere.

Come la sinistra di un tempo
Oggi, invece, la situazione pare essersi ribaltata: il centrosinistra renziano può contare su una leadership forte e un'identità riconoscibile - per quanto contestabile -. E davanti a un progetto politico tanto ingombrante, il centrodestra sembra, ad oggi, destinato a soccombere. La mancanza di progettualità, le continue divisioni, le differenze sostanziali anche nelle questioni di fondo, l'incapacità a creare un'alternativa forte e una progettualità complessiva e a lungo termine (e quindi oltre all'anti-renzismo) sta indirizzando la destra sulla strada che un tempo era riservata alla sinistra: quella del fallimento. Un fallimento che si è ancora in tempo a scongiurare, ma a patto di riconoscere gli errori del passato e, soprattutto, di guardare al futuro con lucidità e visione. Una visione che, al momento, sembra decisamente mancare.