30 settembre 2020
Aggiornato 02:30
Argomento riaperto da Salvini su Roma

Il centrodestra e le primarie impossibili

Matteo Salvini le ha chieste per Roma; ma Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni hanno risposto blindando Bertolaso, il primo per partito preso, la seconda per considerazioni di opportunità politica e tempismo. Le primarie, per il centrodestra, rimarranno per sempre un miraggio?

ROMA - Da quando Matteo Salvini, dopo il weekend di consultazioni tenutosi a Roma, ha fatto «esplodere» il fragile accordo che reggeva il centrodestra nella Capitale, si è tornati a parlare di primarie. E' stato lo stesso leader leghista, durante la conferenza stampa a Montecitorio, a tirare nuovamente in ballo l'annosa questione: a suo avviso, con il popolo quasi equamente diviso tra Marchini, Pivetti, Bertolaso e Storace, le primarie sono l'unica soluzione per dirimere il caos. Ma il leader della Lega era fin da subito consapevole quanto difficilmente la sua proposta sarebbe stata accettata dai colleghi di coalizione. Infatti, qualche ora dopo Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni hanno subito blindato il nome di Guido Bertolaso, sperando in un nuovo dietrofront dell'alleato leghista. Del resto le primarie, si sa, sono sempre stato un tema delicatissimo per il centrodestra: uno di quei temi su cui la (quasi) coalizione potrebbe franare ancor prima di compiere i suoi primi passi. 

La storia insegna
Del resto, si dice che la storia sia maestra di vita: e il popolo della destra ricorderà benissimo quando, sul finire del 2012, con il Pdl (pur già un po' rantolante) ancora in vita, Angelino Alfano era pronto a candidarsi in pompa magna come successore del Cavaliere nelle primarie indette per il 16 dicembre. Poco dopo, però, fu costretto a un repentino e drammatico dietrofront, con tutte le conseguenze politiche del caso. Da allora, queste primarie non s'hanno da fare: e il veto che pesa di più è sempre quello dell'onnipresente Berlusconi, che non ha mai fatto mistero di trovarle uno strumento eccessivamente manipolabile. Anche in tempi più recenti, lo scenario non è cambiato affatto: quest’estate, il dibattito sulle primarie è durato praticamente un giorno, immediatamente stroncato dal Cavaliere con una nota incontrovertibile: «Ritengo - ha scritto - che per l’individuazione dei candidati per le prossime elezioni amministrative, il centrodestra debba scegliere, come è sempre accaduto, attraverso gli accordi tra le forze politiche che lo compongono» . Una stroncatura che è pesata come un macigno sugli azzurri che si sono spesi a favore di questa ipotesi, in vista della scelta dei candidati sindaci nella sfida delle grandi città: in primis Renato Brunetta e Giovanni Toti.

La posizione di Giorgia
Diversa la posizione di Giorgia Meloni, che in linea di principio non è mai stata contraria alle primarie. Non a caso, nel 2012 aveva annunciato anche lei la sua candidatura, e anche in tempi più recenti ha sempre lasciato più che uno spiraglio aperto sul tema. Ora, però, la situazione è più complessa: perché per la leader di FdI, che già si è pesantemente sbilanciata a favore di Bertolaso, il centrodestra ha ormai perso l'occasione di dare la parola al popolo. A suo avviso, se si decide di interpellare i romani bisognerebbe fare lo stesso in tutti i comuni, ben sapendo che se Roma è la roccaforte di Fratelli d'Italia, la Lega ha a cuore altre partite come quelle per Bologna, Novara e Pordenone. Il ragionamento di Giorgia Meloni, dunque, è più legato a una questione di opportunità politica e di tempistiche che a una presa di posizione come quella di Berlusconi. Il quale, invece, continua a preferire il «metodo Milano»: un unico candidato sostenuto da tutto il centrodestra, alfaniani compresi.

I vantaggi e le difficoltà
I sostenitori delle primarie sottolineano come questo strumento abbia almeno tre punti a proprio favore: la capacità di «aggregare» l’area, stabilendone, attraverso la libera scelta degli elettori, i rapporti di forza in termini di voti – utile, peraltro, in vista di una nuova legge elettorale che prevede liste e non coalizioni –; l’opportunità di rinnovare la classe dirigente, introducendo nuovi personaggi, outsider, intellettuali e amministratori locali; la possibilità di coinvolgere maggiormente gli elettori, incentivandoli a schierarsi e sposare la causa. L'esperimento di Vasto, d'altronde, insegna. Di certo, però, perché il tentativo riesca, è necessario marciare compattamente e pienamente consapevoli delle regole del gioco, senza veti e preclusioni. Un obiettivo che, ad oggi, pare ancora irraggiungibile.