24 gennaio 2020
Aggiornato 05:30
Si stringe il cerchio intorno al boss

Nuovo duro colpo alle casse di Matteo Messina Denaro

E' stato messo a segno da polizia, carabinieri e guardia di finanza che hanno sequestrato beni mobili, immobili e aziende per un valore di 13 milioni di euro nei confronti di 4 fedelissimi del numero 1 di Cosa nostra.

PALERMO - Un nuovo duro colpo alle casse di Matteo Messina Denaro è stato messo a segno da polizia, carabinieri e guardia di finanza che hanno sequestrato beni mobili, immobili e aziende per un valore di 13 milioni di euro nei confronti di 4 fedelissimi del numero 1 di Cosa nostra. Il provvedimento è stato emesso dal gip di Palermo Maria Pino, su richiesta del procuratore aggiunto Teresa Principato, ed i sostituti Paolo Guido e Carlo Marzella.

Il sequestro ha interessato Vito Gondola, 77enne reggente del mandamento mafioso di Mazara del Vallo; Michele Gucciardo, 62enne imprenditore agricolo pregiudicato, reggente della famiglia mafiosa di Salemi; Giovanni Domenico Scimonelli, 48enne imprenditore della famiglia mafiosa di Partanna; Pietro Giambalvo, 77enne uomo d'onore della famiglia mafiosa di Santa Ninfa.

I quattro sono stati arrestati lo scorso 3 agosto nell'ambito dell'operazione Ermes, con l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso e favoreggiamento aggravato per aver agevolato la latitanza di Matteo Messina Denaro. Il giudice ha emesso i provvedimenti condividendo i risultati delle indagini patrimoniali condotte da investigatori del Servizio Centrale Operativo e delle Squadre Mobili di Palermo e Trapani, del G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Palermo e del R.O.S. Reparto Anticrimine dei Carabinieri di Palermo.

I beni finiti sotto sequestro sono mobili, immobili ed aziende tra Mazara del Vallo, Castelvetrano, Salemi, Partanna, Santa Ninfa e Trapani per un valore totale stimato in circa 13 milioni di euro. Si tratta di 8 aziende e una quota societaria (supermercati, aziende agricole e d'allevamento ovino); 68 immobili (27 fabbricati e 41 terreni); 2 auto e 36 rapporti finanziari e bancari.

Dalle indagini è emerso il palese disvalore tra i redditi dichiarati dagli indagati ed i beni posseduti, per cui il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, si è reso urgente e necessario anche al fine di scongiurare eventuali affidamenti a prestanomi. Gli inquirenti, infatti, hanno fatto luce infatti su come Gondola e Scimonelli, dopo essere stati arrestati, avessero dato mandato ai loro congiunti di vendere parte dei propri beni a terzi proprio per evitare eventuali provvedimenti di sequestro.

Il ruolo dei quattro è emerso nell'ambito dell'inchiesta che ha svelato la rete di comunicazione, tramite «pizzini», con cui Matteo Messina Denaro impartiva ordini e inviava informazioni alle famiglie mafiose della provincia di Trapani. «La trasmissione della corrispondenza riservata - scrivono gli investigatori -, per quanto emerso, avveniva con cadenza trimestrale e con modalità dettate dallo stesso latitante che, evidentemente al fine di scongiurare ogni possibile tentativo da parte degli investigatori di risalire alla filiera di trasmissione dei pizzini, aveva deciso di evitare più frequenti contatti con i suoi accoliti».