22 agosto 2019
Aggiornato 16:31
Per ora vince l’impunità

I rom che hanno ucciso, presto liberi?

Il reato di «omicidio stradale», dopo anni che se parla, non è ancora legge: ha solo passato il vaglio della Commissione giustizia del Senato.

ROMA - Tutta l’Italia ha salutato con un sospiro di sollievo l’arresto dei due nomadi che hanno lanciato la loro auto in fuga a 180 km all’ora contro delle povere donne che si erano illuse di essere al riparo sulle strisce pedonali in quel quartiere di Roma, nei pressi di via Aurelia, in cui staziona »la monachina» il più grande degli accampamenti abusivo della Capitale.

In attesa della convalida del carcere
E’ molto probabile che questo senso di sollievo i romani potranno coltivarlo ancora per qualche giorno dopo che il giudice ordinario e quello minorile, dopo l’interrogatorio eseguito in carcere, avranno deciso sulla richiesta di misura cautelare e sulla convalida del fermo operato dalla polizia. Ma che succederà immediatamente dopo? Non è difficile prevedere quali potranno essere le prossime mosse del clan dei due fratelli, rispettivamente di 17 e 19 anni, che per sfuggire all’alt della polizia hanno provocato, con la loro auto, la morte di una donna filippina di 44, Corazon Perez Abordo, e il ferimento grave di altre otto persone.

La strategia del pentimento
Il primo elemento per capire quale via di fuga dalla giustizia, dopo quella omicida per scappare dalla polizia, il clan persegua lo ha fornito la madre dei due, aiutando la polizia ad indicare il luogo della campagna, a ridosso del campo «la monachina», dove i fratelli si nascondevano. «Li hanno trovati lacerati e affamati, forse non mangiavano dal giorno dell’incidente», hanno riportato le cronache, avvalorando la tesi che i due rom avessero passato i giorni e le notti fra l’atto criminale da loro compiuto e la cattura, braccati e senza possibilità di comunicare con alcuno. In questo caso ci sarebbe da capire come la madre avesse invece saputo perfettamente dove si nascondessero, tanto da indicarlo alla Polizia.

Lo scudo della minore età
Questa manovra collaborativa del clan è solo la prima di una linea di difesa che punta ad addossare tutta la colpa al più giovane dei due rom che ha solo 17 anni, anche se è già sposato con la ragazza di origine bosniaca che era in auto e che fu la prima ad essere acciuffata dopo l’incidente che è costato la vita alla colf filippina. Addossare tutta la colpa al minorenne è infatti il mezzo migliore per depotenziare l’accusa di concorso in omicidio volontario a cui i giudici sono ricorsi per fermare i due e chiederne la carcerazione. Ma quanto potrà reggere questa imputazione di concorso in omicidio volontario se i difensori convinceranno i giudici che a guidare la macchina assassina era il diciassettenne, il cui cellulare è stato inoltre trovato sul cruscotto dell’auto? Secondo quello che si ipotizza in ambienti giudiziari è una accusa che difficilmente riuscirà a stare in piedi.

Sul banco degli imputati
Il pubblico ministero dovrà infatti dimostrare: primo, che il diciassettenne abbia volontariamente puntato a fare una strage; secondo che i due passeggeri, il diciannovenne che sedeva davanti e la moglie del guidatore (che secondo le attuali ricostruzioni sedeva dietro) abbiano avuto una parte volontaria e decisiva nell’azione omicida del loro congiunto. Nel caso la tesi accusatoria non reggesse il reato verrebbe derubricato, come prevede l’attuale legge, a omicidio colposo: una accusa che ha già visto in passato tornare in libertà, o addirittura non varcare mai il carcere, autori di stragi effettuate con automobili killer anche più gravi di quella compiuta a Roma.

I ritardi dell'omicidio stradale
La legge sull’omicidio stradale, che prevede una pena fino a 18 anni di carcere per chi, alla guida di un veicolo o di un natante provoca per colpa, in particolare in stato di ubriachezza o sotto l'effetto di stupefacenti, la morte di una persona, è stata approvata solo da pochi giorni in Commissione giustizia del Senato. Ora, però, dovrà passare al vaglio di un iter parlamentare che finora l’ha relegata per anni nel cassetto dove finiscono tutti quei provvedimenti che la politica sfodera sotto la pressione momentanea dell’opinione pubblica, salvo dimenticarsene subito dopo, appena si spengono i riflettori dei media.

Se nessuno butta la chiave
Quante possibilità ci sono, quindi, che non come chiede Salvini «si butti la chiave», ma che perlomeno i due rom subiscano la pena che meritano? Poche, a meno che i giudici non facciano una qualche forzatura rispetto alle leggi ancora in vigore. Ecco quindi che si ripete il copione di una magistratura chiamata a sussidiarie i vuoti della politica. Giustamente la magistratura potrebbe obiettare, come ha fatto in passato davanti ad eventi simili, che i giudici sono chiamati ad applicare la legge, non a forzarla.

I compiti della magistratura
C’è però da chiedersi, allora, come mai le associazioni che raggruppano i magistrati, a partire da quella con più adesioni, cioè l’Anm, non lesinino solitamente interventi quando si tratta di dare giudizi esterni su vicende che riguardano strettamente il mondo della politica, mentre si auto trincerino nella gabbia delle competenze quando si tratta di sollecitare l’azione legislativa su casi e storie fortemente reclamati dall’opinione pubblica. E’ quello che è successo con il reato di «omicidio stradale», che se non fosse stato per il voto del Movimento 5 Stelle non avrebbe nemmeno passato il primo esame del Senato, ammesso poi che, chissà quando, vada bene e alla fine diventi una volta per tutte legge. Risultato, intanto staremo a vedere come andrà a finire, la vicenda omicida dei rom del campo «la monachina» di Roma.