2 dicembre 2020
Aggiornato 06:30
In Italia 450 musei statali. In Francia 33

I beni culturali italiani? Se ne occupa la sotto cultura

L'Italia è il Paese con il maggior numero di siti dell'Unesco, ma lo Stato ricava dai beni culturali è solo il 2% del Pil. I tagli al settore hanno fatto sì che pezzi di storia si trasformassero in macerie. Il ministro della Cultura, Dario Franceschini, ritiene opportuno portare avanti un progetto di integrazione tra pubblico e privato, ma la situazione sembra ancora impantanata.

ROMA - Sono cinquanta i siti dell'Unesco presenti sul territorio italiano, numero superiore a qualsiasi altro Paese, eppure il Pil prodotto dai beni culturali sfiora appena il 2% nel nostro Paese. Quello che 202 musei a pagamento e 221 siti archeologici apporta allo Stato italiano è pari al guadagno del solo Louvre di Parigi. In un Paese come l'Italia quello dei beni culturali è innegabilmente un settore di enorme spessore, il patrimonio di beni che rientrano in questa categoria, infatti, è di una consistenza altissima. È, anzi, un settore basilare in Italia, anche e soprattutto per l'influsso che esso garantisce sul settore turistico, fonte indubbia di ricchezza.

LA SCONFITTA DEL PUBBLICO - Va evidenziato, però, che, nonostante la rilevanza estrema del settore in questione, l'ingranaggio dei beni culturali è stato vittima negli ultimi anni di una scellerata operazione volta a tagliare mezzi e risorse destinate al sostentamento del patrimonio in questione. Le conseguenze di tali scelte sono, oggi, sotto gli occhi di tutti, con monumenti che cadono a pezzi e brandelli di storia diventati macerie. Ai tagli ingiustificati, si sommano le problematiche relative al settore organizzativo e manageriale della pubblica amministrazione nel settore, che mostrano una innegabile sconfitta: l'intervento pubblico si è rivelato insufficiente, lo Stato ha fallito. La soluzione alla disastrosa situazione è stata quella di scovare modalità di intervento alternative, integrando l'azione del privato in ambito dei beni culturali, in modo da sedurre e allettare i capitali dei privati stessi.

IL PRIVATO COME SOLUZIONE - L'articolo 8 della Costituzione italiana sancisce che la Repubblica «promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione, dunque, stabilendo il principio del collegamento tra tutela del patrimonio storico-artistico e promozione dello sviluppo della cultura». È quindi solo e soltanto lo Stato a doversi occupare della tutela dei beni. Dall'altra parte, però, sui beni culturali andrebbe esercitata l'altra imprescindibile funzione, quella della valorizzazione. In tal caso, l'intervento dei privati è ammesso e anzi in diverse occasioni incentivato dal Codice. La formula vincente, in questo senso, è quella della sponsorizzazione: si tratta di contratti a prestazioni corrispettive attraverso i quali il privato, a fronte di una retribuzione da pagare, consegue il diritto di di servirsi dell'immagine o del nome di un certo bene culturale, accostandolo a quello di un prodotto o di una determinata operazione imprenditoriale.

IL PAESE RALLENTATO - Dario Franceschini, ministro della Cultura, lo scorso novembre affermava: «La sfida della valorizzazione del nostro patrimonio culturale in un'epoca globale passa anche attraverso l'abbattimento di alcuni tabù, come il rapporto tra pubblico e privato. Quello che chiedo e propongo è di superare la barriera tra pubblico e privato. Si può fare insieme, è ora di voltare pagina». Dunque il ministero sembra – con le parole di Franceschini – sposare appieno la formula dell'integrazione completa tra pubblico e privato, ma pare che il Paese sia ancora pesantemente rallentano nell'intraprendere questa via.

IL PATRIMONIO ABBANDONATO - Un interessante reportage de Il Giornale riporta oggi «lo scempio» cui l'Italia assiste quotidianamente e che quotidianamente subisce. «Infinite bellezze trascurate, di cui, qualche volta, si prendono cura ignoti custodi a titolo volontario: un agricoltore che cura una piramide etrusca nel viterbese, un allevatore che vigilava sulla reggia borbonica di Carditello», scrive Il Giornale. Quello che oggi il quotidiano denuncia è un'Italia che trascura la ricchezza inestimabile di cui dovrebbe essere custode grata, l'Italia che «continua a lasciare alla distruzione una parte immensa di di un patrimonio artistico unico al mondo»

L'ITALIA IN ROVINA - Tutto lo stivale, nessuna regione è lasciata indietro, soffre il taglio ai beni culturali. Da Roma, culla della nostra storia e della nostra ricchezza, alla Sicilia, in cui culture e civiltà si intrecciano e si fondono dando luogo ad un patrimonio impareggiabile, all'Umbria, dove natura e storia si sposano dando origine ad un connubio senza tempo: l'Italia va in rovina, nel vero senso della parola, e trasforma quella che potrebbe essere una fonte eccezionale di guadagno in una carcassa in deterioramento.

PROBLEMI GESTIONALI E FINANZIARI - Ad accompagnare il reportage tra le macerie dello stivale, Il Giornale propone un'interessante intervista a Patrizia Asproni, Presidente di Confcultura – associazione di Confindustria che unisce le imprese che gestiscono i luoghi della cultura e del turismo culturale e l'innovazione del settore. Sarda d'origine, si muove tra Roma, Torino e Firenze in difesa dei beni culturali. I beni culturali italiani sono poco valorizzati, «il fatto è – afferma Patrizia Asproni – che il nostro patrimonio è così diffuso e numeroso che pone problemi gestionali e finanziari. Uno su tutti: con quali risorse dovremmo riuscire a gestirlo?». In Italia ci sono 450 musei statali, in Francia sono 33: «Questa concentrazione così alta è diffusa su tutto il territorio: perciò questo patrimonio deve essere una opportunità, una ricchezza».

IL TESORO DA METTERE A FRUTTO - Gli interventi dei privati in ambito di beni culturali riscuotono spesso critiche: «Più che critiche sono pregiudizi: il provato ha le risorse e le competenze per gestire i beni culturali. Poi si parla di partnership: la parte pubblica ci deve essere, c'è perfino negli Stati Uniti, ma è questione di proporzione. L'Italia è il fanalino di coda». E continua, ancora, la presidente di Confcultura, affermando che il problema è che «nello Stato le competenze non sono manageriali, ma gestionali, ma di storici dell'arte». Quello che farebbe Asproni è «dare la possibilità ai privati che gestiscono i musei di intervenire sulle tariffe, perché il biglietto è una leva di marketing», oltre a modulare gli orari a seconda della stagione, del sito e dell'offerta che si fornisce al visitatore. Secondo Asproni, la valorizzazione «coincide con messa a frutto. […] un tesoro da mettere a frutto, non da sfruttare».