20 gennaio 2020
Aggiornato 06:00
Eleonora Bechis (M5S) sulle «pazze spese» delle procure

Bechis (M5S): «Si faccia qualcosa per quelle salatissime intercettazioni»

Conti salatissimi, sulle intercettazioni, per le procure italiane. Conti che, per Eleonora Bechis, variano sensibilmente di regione in regione e di città in città. Perchè ciascuna procura, di fatto, è una «stazione appaltante» a sè, che decide se ricorrere a una gara o a una trattativa privata. Con il risultato, come da italianissimo copione, di provocare un enorme spreco di denaro pubblico

ROMA - Parlare di intercettazioni, in Italia, equivale a scoperchiare un vero e proprio vaso di Pandora. Da un lato, abbiamo ancora vivido il ricordo delle polemiche scoppiate quando l'intercettato era «illustre» - l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi; dall'altro, la recentissima inchiesta su Mafia Capitale conferma l'utilità dello strumento, che ha portato all'arresto di ben 37 persone. Ciò su cui, però, la deputata cinque stelle Eleonora Bechis ha voluto attirare l'attenzione della Camera, con la sua interrogazione di ieri, non riguarda questioni di privacy o simili, ma, piuttosto, il costo delle intercettazioni. Che, come da copione italiano, varia evidentemente di procura in procura (leggi l'intervista alla Bechis).

PROCURE "VIRTUOSE" E PROCURE "VIZIOSE" - Se n'era già occupata La Stampa, il 20 novembre scorso, riportando cifre significative: nel 2013, «141 mila i "bersagli" intercettati, per una spesa fatturata di 214 milioni di euro». Il punto, però, è l'impressionante disomogeneità di spesa a secondo della località considerata: «Catania paga il doppio di Roma con un terzo delle utenze controllate. (...) Roma quest'anno ha intercettato 18.777 bersagli; Catania, 6217. Eppure, anche se i bersagli dei romani sono il triplo, Roma ha speso la metà di Catania (5,7 milioni di euro contro 10 milioni)». E i colpevoli hanno un nome ben definito: gli appalti. Infatti, quello delle intercettazioni è un settore esternalizzato, e cioè affidato, in gran parte, a service esterni. E tale meccanismo si è dimostrato evidentemente farraginoso, in quanto «ogni singolo ufficio giudiziario è una stazione appaltante. Così accade che da qualche parte si faccia una gara, altrove una trattativa privata. A parità di difficoltà, capita che da una parte si spende 3 e da un'altra si spende 15. Ci sono procure virtuose, e altre che fanno fatica a ottimizzare i costi». Insomma, la maledizione tutta italiana che divide irrimediabilmente enti «virtuosi» ed enti che non lo sono, di norma abbattuta sulle Regioni, si ripercuote anche sulle procure.

TANTI TENTATIVI DI RISPARMIO FALLITI - E di tentativi per aggirare l'ostacolo ne sono già stati fatti: «Dai tempi di Paola Severino e poi di Annamaria Cancellieri è andato avanti uno studio per un Gestore unico nazionale, progetto che però ha sollevato critiche in quanto prefigurava un Grande Fratello delle intercettazioni. Nel frattempo l’Avvocatura dello Stato ha emesso un parere con cui consiglia una Gara unica nazionale suddivisa per lotti su base geografica: spetterebbe cioè al ministero della Giustizia indire l’appalto e suddividerlo in più tranche, per permettere a più società». Nel maggio 2013, inoltre, si era tentata la via di una riforma che introduceva il sistema Elis, un macchinario installato presso la Procura con il compito di sostituire gli appalti che precedentemente venivano affidati a ditte esterne. Tuttavia, tale sistema non è parso efficiente, in quanto in grado di intercettare solo i telefoni fissi e i cellulari di vecchia generazione: insomma, gli smartphone, di fatto gli apparecchi più diffusi, rimanevano tagliati fuori. 

200 EURO AL GIORNO PER OGNI SMARTPHONE INTERCETTATO - L'argomento che la Bechis ha sottoposto all'attenzione della Camera non è certo questione di poco conto, e riguarda, ancora una volta, gli enormi sprechi di denaro pubblico che il nostro Paese non si fa mai mancare. Si consideri infatti che intercettare un smartphone costerebbe ben 200 euro al giorno, cifra a cui bisogna aggiungere il costo richiesto dal gestore, che varia in base a quanto parla l’intercettato. In più, solitamente l’intercettato non ha una sola utenza telefonica, ma  dispone di più cellulari. Questo significa che la cifra dei 200 euro deve essere moltiplicata per ogni numero di telefono utilizzato. La stessa cosa avviene per le email o per qualsiasi altro account in Internet. Dato tale infausto panorama, dunque, «l'interrogante ritiene che sia incomprensibile pagare per lo stesso servizio fino a 5 volte rispetto al prezzo più basso del mercato», e che l'attuale parcellizzazione degli appalti sia evidentemente antieconomica. Per questo, chiede al Governo «quali iniziative di competenza intenda assumere per evitare questo spreco di risorse pubbliche". L'ennesimo.