30 settembre 2020
Aggiornato 20:30
Da domani quinto congresso federale della Lega Nord

Lega, finisce l'era Bossi ma il «capo» non va in pensione

L'assise incoronerà Roberto Maroni segretario federale, dopo che Bossi ha lasciato l'incarico a causa dello scandalo sulla gestione dei rimborsi elettorali, ma il senatur rimarrà presidente a vita. Ma l'ex Ministro non è interessato alla cogestione, a fare il Segretario dimezzato

MILANO - «Vietato andare in pensione per chi ha dimostrato capacità. Così starò qui io a lavorare». Basta questa recente frase di Umberto Bossi per capire che il quinto congresso federale della Lega Nord, ad Assago domani e dopodomani, sarà sicuramente un punto di svolta per il Carroccio, ma «il capo» non ha nessuna intenzione di farsi da parte. L'assise incoronerà Roberto Maroni segretario federale, dopo che Bossi ha lasciato l'incarico a causa dello scandalo sulla gestione dei rimborsi elettorali, ma il senatur rimarrà presidente a vita. «Lo schema è questo, c'è anche un documento», conferma il senatore Giuseppe Leoni, bossiano di ferro e co-fondatore della Lega insieme a Bossi e alla moglie Manuela.

SARA' UNA PARTITA DI ASTUZIE POLITICHE - «Il congresso prima bisogna viverlo, ma mi aspetto - prosegue il senatore varesino, capofila dei cattolici padani - che serva a ratificare questo accordo. Del resto l'Umberto è un po' come Abramo: dopo di lui sono arrivati tanti altri profeti, ma Abramo resta Abramo. Puoi darti da fare quanto vuoi, ma lui rimane quello che ha iniziato il camino». Un avviso ai maroniani in vista del confronto sui poteri del presidente e del segretario federale. «Deciderà il congresso» ha detto nei giorni scorsi l'ex ministro dell'Interno, ma «è chiaro che quando viene nominato un segretario, il segretario è responsabile della linea politica del movimento». Una rivendicazione preventiva di chi dovrà però fare i conti con la minoranza. «Sarà una partita - osserva Leoni - di astuzie politiche. Se la nuova classe dirigente approfitterà dell'esperienza di Bossi bene, se no andrà avanti con le proprie idee. In ogni caso io sono tranquillo, è nell'interesse di tutti far funzionare le cose».

MARONI: NON SONO INTERESSATO AD UNA COGESTIONE - Certo è che Bossi, dopo 21 anni di epurazioni e leadership indiscussa, sarà costretto a un ruolo diverso, a metà strada tra il padre nobile e la guida-carismatica, ma la sua sarà sicuramente una presenza ingombrante, tanto che Maroni, a meno di 48 ore dal congresso, ha tenuto a precisare che la sua ambizione «non è quella di passare da triumviro a duumviro se così si può dire. Se il congresso deciderà di eleggermi segretario o chiunque altro sarà, dovrà avere pieni poteri. Non sono interessato a una cogestione, a fare il segretario dimezzato, commissariato o sotto tutela perché non funziona. Gli organi statutari devono avere pieni poteri sulla linea politica e sulla gestione del partito».

L'ALLEANZA CON IL PDL IN LOMBARDIA - Un primo banco di prova sarà il proseguimento o meno dell'alleanza con il Pdl che regge la giunta della Regione Lombardia. Per Maroni è «piuttosto difficile che si possa continuare fino al 2015», ma un bossiano come Leoni è di tutt'altro avviso: «Non può essere la magistratura a decidere chi fa politica. A fine mandato, cioè nel 2015, farà le sue osservazioni su Formigoni. Non voglio difendere nessuno, ma che ci siano viaggi pagati o non pagati in questo momento mi sembra l'ultimo dei problemi. Il film di chi vuole interrompere le legislature per fare del giustizialismo che può aspettare lo abbiamo già visto». C'è poi il tema delle espulsioni e dei possibili reintegri. Bossi avrà l'ultima parola, ma dopo le «pulizie» degli ultimi mesi il tema farà discutere molto.

RIPORTARE L'UNITA' INTERNA - L'ultimo congresso federale, dedicato allora alla «sovranità dei popoli», risale al 2002. I leghisti si riunirono anche quella volta ad Assago, ma poi più nulla nonostante lo statuto preveda un congresso ordinario ogni tre anni. In mezzo c'è stata la malattia di Bossi, nel 2004, e la lunga risalita fino al trionfo delle elezioni regionali del 2010. Da allora le divisioni interne sono venute però a galla con forza sempre maggiore fino alla sconfitta del 'cerchio magico'. Ora però il movimento, tramite il congresso, è chiamato a voltare pagina e a riportare l'unità interna visto che neanche il passaggio all'opposizione, con la nascita del Governo Monti, è riuscito a ricompattarlo.