17 luglio 2019
Aggiornato 08:30
Sequestro nel Darfur

Rapimento Azzarà, Emergency: Nessuno sviluppo

Il Direttore Gino Strada: «Attivati tutti i contatti». Dalla Farnesina si continua a nutrire un «cauto ottimismo»

ROMA - Non vi è ancora «alcuno sviluppo» sul sequestro nel Darfur di Francesco Azzarà, riferisce nel pomeriggio l'addetto stampa di Emergency a Milano.
Il volontario calabrese di 34 anni che lavora per Emergency, alla sua seconda missione a Nyala come logista del Centro pediatrico che Emergency ha aperto in città nel luglio del 2010, è stato rapito a Nyala, capitale del sud Darfur, mentre si trovava in auto diretto verso l'aeroporto della città.

«Stiamo lavorando», aveva spiegato oggi il direttore di Emergency Gino Strada, «abbiamo mandato anche un team a Nyala per occuparsi specificamente della questione di Francesco, io la sto seguendo qui da Khartoum». «Abbiamo attivato tutti i nostri contatti con tutte le parti in conflitto - ha aggiunto Strada, perché il Sudan è un Paese che è stato per moltissimi anni in conflitto e in cui ci sono conflitti di vario tipo». Secondo il fondatore di Emergency, il sequestro di Azzarà ha colto l'organizzazione di sorpresa, come un fatto «del tutto inaspettato».

Dalla Farnesina si continua a nutrire un «cauto ottimismo» che va di pari passo con la richiesta, d'accordo con Emergency, di un assoluto silenzio stampa. L'Unità di Crisi del Ministero degli Esteri, in stretto contatto con Emergency e con la missione Onu in Darfur (Unamid), e in pieno coordinamento con l'Ambasciata a Khartoum, ha attivato tutti i canali disponibili presso le Autorità locali per giungere a una soluzione della vicenda.

Italians for Darfur: «Luci e ombre su rapimento italiano» - «Da giugno ad oggi si sono susseguiti sulla regione raid dell'aviazione - aggiunge la presidente di Italians for Darfur - che ha bombardato i villaggi di Esheraya, di Sukamir e di Labado nell'area meridionale della regione mentre le milizie alleate dell'esercito sudanese hanno incendiato cinque villaggi - Karko, Linda, Abu Mara, Jurab Bray e Asilowa - situati a 50 km a sud della capitale provinciale El Fasher (Darfur settentrionale). Tutto questo mentre al Sud continua il flusso di rientro dei profughi dai campi verso i luoghi di origine pacificati. Un vero paradosso. E poi, i vertici della missione di peacekeeping in Darfur hanno dichiarato che le autorità sudanesi hanno impedito agli investigatori dell'ONU di visitare i villaggi colpiti e di ascoltare i testimoni oculari, limitando inoltre la libertà di movimento ai cooperanti internazionali in grado di portare aiuti alla popolazione colpita».
«Noi di Italians for Darfur insieme alle altre organizzazioni che fanno parte della coalizione internazionale che porta avanti la campagna per il Sudan - ha concluso la Napoli - ci siamo appellati al Consiglio di Sicurezza affinché assumesse al più presto decisioni riguardo al potenziamento della missione affinché potesse proteggere efficacemente il ppolo del Darfur che continua a essere bersaglio del fuoco militare sudanese che cerca di scardinare le postazioni dei ribelli che ancora continuano a contrapporsi con le armi al Governo del presidente Omar Hassan ai Bashir. Ma finora nulla è mutato. Dall'inizio del conflitto nel febbraio 2003 il Consiglio di Sicurezza ha chiesto ripetutamente di fermare i raid che ogni volta fanno centinaia di vittime civili ma non ha mai intrapreso un'iniziativa davvero significativa per impedire che questo massacro continuasse».