16 novembre 2019
Aggiornato 02:00
Danni da fumo

Chi fuma sa cosa rischia, il tribunale di Roma boccia class action

Codacons: «Motivazioni assurde, ricorreremo in appello». Secondo i giudici inoltre i fumatori possono anche smettere

ROMA - Chi fuma sa cosa rischia, in estrema sintesi è questa la motivazione con cui il tribunale di Roma ha bocciato, dichiarandola inammissibile, la prima class action italiana per danni da fumo, intentata dal Codacons e da tre fumatori oramai schiavi delle sigarette. Ormai nessuno sfugge all'avvertenza 'il fumo uccide' stampigliata pure sui pacchetti, e nessuno può essere così 'schiavizzato' dalle bionde, tanto da non poter decidere di smettere di fumare, quindi niente risarcimenti, argomenta il tribunale romano. Una posizione ben lungi dalle punizioni esemplari con cui si sono concluse in Usa class action alle multinazionali del tabacco come Philip Morris e Reynolds intentate da ex-fumatori ammalati di cancro: alcuni processi si sono conclusi con indennità di miliardi di dollari, non solo per rimborsare ai pazienti i costi delle cure e i danni morali, ma anche con l'obiettivo di disincentivare i comportamenti dei produttori di sigarette quali pubblicità ingannevole, promozione del fumo tra i minorenni, aggiunta di additivi che creano tossicodipendenza.

Al di qua dell'Oceano, il Codacons non demorde e annuncia il ricorso in appello, bollando come «assurde» e «pura follia» le motivazioni della XIII sezione del Tribunale civile di Roma che ha dichiarato inammissibile la class action. La class action era stata proposta dall'associazione contro BAT Italia s.p.a, in favore di tutti i fumatori dei marchi di sigarette prodotti da tale società. MS, Alfa, Bis, Brera, Colombo, Cortina, Esportazione, Eura, HB, Kent, Lido, MS Club, Mundial, Nazionale, Nazionali, N80, Rothmans, SAX Musical, St. Moritz, Stop, Super, Zenit, Vogue, Dunhill, Kent, Lucky Strike e Pall Mall, i marchi di sigarette interessati. All'azione collettiva avviata a maggio dell'anno scorso, potevano aderire tutti i fumatori dei marchi di sigarette prodotti da tale società: circa 3,5 milioni di cittadini in Italia. Il risarcimento che ciascun fumatore poteva richiedere 3.000 euro, per un totale complessivo di 10,5 miliardi di euro.

Il presupposto principale della class action poggiava - secondo il quadro prospettato dal Codacons - sulla responsabilità di Bat Italia per non aver eliminato dalle sigarette la nicotina, e per aver incrementato gli effetti di dipendenza dalla nicotina aggiungendo al tabacco oltre 200 additivi. «L'azione - spiega l'associazione dei consumatori - si basava su uno studio svizzero che ha dimostrato come lo scopo di tali additivi sia proprio quello di aumentare le dipendenza da sigaretta, e su una sentenza della Cassazione che ha affermato che la produzione e la vendita di tabacchi lavorati integrano una attività pericolosa, poichè i tabacchi, avendo quale unica destinazione il consumo mediante il fumo, contengono in sé, per la loro composizione biochimica e per la valutazione data dall'ordinamento, una potenziale carica di nocività per la salute».

Il Tribunale ha ritenuto però inammissibile l'azione collettiva, ricorrendo a motivazioni che il Codacons giudica «assurde: in sostanza, per i giudici chi fuma è consapevole del fatto che morirà a causa del fumo, anche se non sa cosa ci sia nelle sigarette». Nella sentenza del Tribunale (Pres. Franca Mangano, Rel. Maurizio Maselli) si legge: «Va rilevato che inequivocabilmente qualsiasi fumatore è pienamente consapevole sia dei rischi per la salute indotti dal fumo, sia della dipendenza da questo creata ¿ Inoltre va escluso, sulla base degli studi e delle conoscenze scientifiche ormai consolidate, che la dipendenza da nicotina determini l'annullamento o la seria compromissione della volontà del fumatore nella forma di costrizione al consumo, tale da inibirgli in modo assoluto qualsiasi facoltà di scelta tra la continuazione del fumo e l'interruzione dello stesso. Nè gli effetti della nicotina, alla luce delle ricerche e dei risultati medici e scientifici, sono paragonabili alle droghe pesanti quali l'eroina o la cocaina e di tale influenza sulla volontà del fumatore da renderlo affatto incapace di smettere di fumare'».

«Per quanto riguarda gli additivi inseriti nelle sigarette, la posizione del Tribunale appare folle», sottolinea il Codacons riportando il passaggio del tribunale, che scrive: «Ll'utilizzazione degli additivi trova ragion d'essere nell'intento di attribuire al prodotto un sapore specifico e tipizzato, come tale indispensabile perchè la casa produttrice sia competitiva sul mercato In altri termini detti additivi, della più varia natura, riducono la durezza del fumo, la secchezza della bocca e della gola, donando una sfumatura particolare (anche dolce) al fumo, ma non hanno effetti assuefacenti nè esplicano alcuna funzione ai fini dell'esaltazione del rapporto di dipendenza del fumatore alla nicotina'». Ma, il Codacons, considerate le motivazioni non condivisibili del Tribunale, ricorrerà in corte d'appello, chiedendo l'ammissibilità della class action.