23 agosto 2019
Aggiornato 11:00
Processo breve

Avvenire attacca: Basta chiamare la legge così

Il quotidiano della Cei: «Impedire sentenze è la fotografia, non la cura del male»

ROMA - «Non chiamamolo processo breve». Dopo opposizioni parlamentari e non, magistratura associata, avvocatura, familiari delle vittime delle stragi ora anche la Cei, con un editoriale in prima pagina del proprio quotidiano Avvenire, boccia senza appello la legge del Governo approvata dalla Camera e ora all'esame del Senato che abbrevia la prescrizione agli incensurati nei processi di primo grado, di cui il Premier Silvio Berlusconi potrà avvalersi nel processo Mills.

«Al di là delle partignerie - è scritto senza mezzi termine nell'articolo del quotidiano Cei a firma Danilo Paolini- i nodi della giustizia non saranno sciolti». Perchè come tali «non vanno intese le urgenze del Presidente del Consiglio di risolvere i propri guai con taluni da magistrati di Milano».

A giudizio dell'editoriale, si possono anche considerare «vere entrambe» tanto le tesi a favore della nuova legge espresse dalla maggioranza e dal Governo in queste giornate di esame da parte di una Camera caratterizzato da «deputati in tumulto» quanto quelle contrarie espresse dalle opposizioni parlamentari e non. Ma «tuttavia sarebbe meglio chiedersi - è il giudizio lapidario di Avvenire- a che cosa non servirà questa legge definita solo per convenzione sul 'processo breve'. Perchè la risposta, purtroppo, è che non servirà affatto ad accorciare i tempi dei processi.

Come tutti i testi analoghi già presentati in passato, si limiterà alla fotografia e non alla cura del male. Perchè di volta in volta si potrà soltanto prendere atto del fallimento di uno Stato che non garantisce in tempi ragionevoli ai processi di arrivare a sentenza».