28 marzo 2020
Aggiornato 18:00
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La Cassazione: Marrazzo fu vittima di una imboscata

La Corte conferma l'arresto dei carabinieri per estorsione: il blitz era preordinato, il video un ricatto. L'ex Governatore: «Io vittima e testimone»

ROMA - L'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo fu «chiaramente la vittima predestinata» di una «imboscata organizzata ai suoi danni». Così affermano i giudici della Cassazione nelle motivazioni dell'ordinanza con cui nel febbraio scorso hanno accolto il ricorso della Procura di Roma contro la scarcerazione del maresciallo dei Nicola Testini, uno dei carabinieri indagati nell'ambito dell'inchiesta su un presunto ricatto appunto ai danni dell'ex governatore. Gli ermellini annullarono il provvedimento del riesame e rimandarono gli atti al tribunale di piazzale Clodio.

LA SENTENZA - Per quanto concerne la posizione di Marrazzo la Suprema Corte afferma che «nei confronti di Marrazzo nulla autorizza ad ipotizzare condotte delittuose, essendo egli chiaramente la vittima predestinata di quella che è stata considerata come un'imboscata organizzata ai suoi danni». Ciò anche se «la droga l'avesse portata l'ex governatore, nessuna conseguenza di natura penale avrebbe potuto derivargliene, trattandosi di droga chiaramente destinata al consumo personale».
E «ugualmente irrilevante, sotto il profilo penale, l'uso, da parte dello stesso Marrazzo, dell'auto di servizio per raggiungere l'abitazione di via Gradoli, dal momento che di questa auto l'ex presidente della Regione Lazio era autorizzato a servirsi». In ogni caso il blitz dei carabinieri fosse stato preordinato per la Cassazione «è attestato non solo da quanto dichiarato da Natalie e dal Marrazzo, e dalla condotta tenuta dai due carabinieri durante l'irruzione nell'abitazione e nei giorni successivi, certamente non riconducibile a quanto ci si aspetterebbe da rappresentanti delle forze dell'ordine impegnati in compiti di istituto».

VIDEO «PREPARATO» - Quello che risulta, invece, è che i militari «hanno eseguito delle significative riprese video del Marrazzo in atteggiamento certamente compromettente, specie per un uomo che ricopriva un importante ruolo istituzionale; riprese le cui finalità non erano certo quelle di assicurare, a fini di giustizia, le tracce di reati, o di individuare i colpevoli di condotte delittuose, ma solo di registrare situazioni scabrose per ottenere indebiti vantaggi». Filmato che fu realizzato dopo una «accurata preparazione di quella scena».

ACQUISTO DEL VIDEO «MAI CONCRETIZZATO» - Non c'è alcuna responsabilità, da parte dell'agenzia Masi e, tra gli altri, del fotografo Massimiliano Scarfone, per quanto riguarda il tentativo di vendita del video. La Cassazione sconfessa così la tesi dei carabinieri coinvolti nell'estorsione a Marrazzo. Secondo i militari, le dichiarazioni delle persone alle quali gli uomini dell'arma implicati nella vicenda si sono rivolti nel tentativo di vendere quelle immagini sarebbero inutilizzabili in quanto quelle stesse persone dovrebbero rispondere di ricettazione. Spiega invece la suprema Corte che l'acquisto del video «non si è mai concretizzato» e i «possibili acquirenti» ne sospettavano la legittima provenienza e avevano acquisito il parere di un legale.

MARRAZZO: «VITTIMA E TESTIMONE» - «Ho scelto il silenzio per sei mesi in rispetto dei giudici, degli investigatori e dell'Arma dei carabinieri. Mi sono assunto le mie responsabilità e quando è successo quello che è successo mi sono assunto le mie responsabilità verso i cittadini e gli elettori dimettendomi per colpe che sono personali e che hanno coinvolto anche la mia famiglia». Così ha detto all'Apcom l'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo.
«In questi sei mesi non è cambiato nulla quindi - ha continuato Marrazzo - ero e sono una vittima e un testimone di quanto avvenuto. È importante che ciò sia stato affermato dalla Suprema Corte».
Marrazzo aggiunge: «In questi sei mesi sono stato in silenzio e non ho contestato tutte le falsità che sono state dette nei miei confronti. La verità, comunque, l'ho sempre detta davanti ai giudici. Oggi - ha concluso l'ex presidente della Regione Lazio - ho pensato che in questo Paese un cittadino può attendere il lavoro della Magistratura con fiducia».

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