Il Procuratore Toro lascia la Magistratura
Indagato per rivelazione di segreto d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta sul G8 della Maddalena. E ora si muovono i pm dell'Aquila
ROMA - Prima l'indagine per una accusa di rivelazione del segreto d'ufficio, con il coinvolgimento del figlio. La promessa di resistere, anche se con grande sofferenza, e poi la scelta di lasciare la toga, la carriera di una vita. E' tutto qui il passato recente e il presente di Achille Toro, procuratore aggiunto di Roma fino a poche ore fa e ormai fuori dall'ordine giudiziario per sua stessa, volontaria, scelta. E' coinvolto nell'inchiesta sul G8 della Maddalena. I pm di Firenze l'hanno iscritto sul registro degli indagati e trasmesso subito gli atti a Perugia.
Secondo gli inquirenti, sulla base delle intercettazioni, e tramite il figlio, avrebbe avvertito altre persone degli accertamenti in corso. Un sospetto enorme per un magistrato. E ancora più per lui. Le sue dichiarazioni del 10 febbraio, dopo la perquisizione subita dal figlio Camillo, restituiscono proprio il peso che sentiva di doversi portare addosso. La sua scelta di resistere «malgrado tutto» era un peso, forse troppo pesante. E lo aveva capito chiunque gli avesse parlato. Fosse riuscito, per qualche minuto, a vincerne il muro di riservatezza, di umanità ma anche di estrema attenzione alle regole, alla legge.
Ieri nella lettera, inviata al Csm e al ministro della Giustizia, e per conoscenza al procuratore capo di Roma, Toro spiega: «Volendo essere libero di difendere l'onorabilità mia e di mio figlio, in ogni sede, e nel contempo desiderando di eliminare ogni ragione di imbarazzo per l'ambiente di lavoro, con grande rammarico ma con animo sereno, dichiaro di volermi dimettere dall'ordine giudiziario con effetto immediato». E l'atto è irrevocabile. Il Consiglio superiore non può che accettarlo. Toro, che ha compiuto da meno di due mesi 68 anni, è entrato in magistratura nel 1969 e quindi ha raggiunto il massimo previsto dall'ordine a cui apparteneva.
Le lacrime con le quali aveva accompagnato la riconsegna della delega al coordinamento dei reati contro la pubblica amministrazione, sono sentimento comune di chi aveva lavorato con lui. Prima nell'inchiesta per il crack Cirio e quindi nel cosiddetto Laziogate. Con l'indagine sulla scalata alla Bnl c'era stato l'ultimo «incidente» per Toro. Finì indagato a Perugia insieme con Giovanni Consorte, sempre per una ipotesi di rivelazione del segreto d'ufficio. Il procedimento è stato archiviato, ma quel fascicolo ha posto Toro in una situazione difficile. Anche lì ha scelto di lasciare, nello specifico la presidenza di Unicost, la corrente maggioritaria in magistratura.
In ultimo c'è stato il passaggio all'ufficio legislativo del ministero dei Trasporti, nell'ultimo governo di centrosinistra. Da meno di un anno il ritorno a piazzale Clodio, nell'ufficio al primo piano della palazzina C, nel cuore pulsante della cittadella giudiziaria della Capitale. Il procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, appresa la notizia delle dimissioni, ha detto: «Sono rammaricato e dispiaciuto anche perché è un collega che conosco da 40 anni. Auguro a lui e alla sua famiglia una vita serena e tranquilla, anche fuori dall'ordine giudiziario. E' una decisione da rispettare».