8 dicembre 2019
Aggiornato 14:00
Cinquecentomila nomi e cognomi lasciati su Repubblica.it

Saviano: «500mila firme per un'Italia diversa»

Lo scrittore ringrazia i firmatari dell'appello contro il ddl processo breve

ROMA - «Migliaia di persone che chiedono al governo di ritirare una legge non sono una rumorosa minoranza, sono la democrazia». In una lettera lo scrittore Roberto Saviano ringrazia i lettori di Repubblica e quel mezzo milione e oltre (martedì sera il conteggio diceva 505.018) che in tre settimane ha firmato il suo appello contro il processo breve. Cinquecentomila nomi e cognomi lasciati su Repubblica.it per dire no alla «norma del privilegio». Perché il disegno di legge sul cosiddetto processo breve è stato fin da subito percepito come l'ennesima legge ad personam.

Per questo, Saviano, nel suo appello pubblicato per la prima volta il 15 novembre, scriveva così: «Ritiri la legge sul processo breve e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei».

Per scongiurare questo rischio è partita una mobilitazione rilanciata anche dai social network Facebook e Youtube. Il risultato sono oltre mezzo milione di sottoscrizioni. «Cinquecentomila firme sono un risultato incredibile - dice oggi Saviano - la dimostrazione che questa legge non può essere approvata perché moltissime persone la vedono come un pericolo per il diritto e la giustizia». Una «dote» di firme che lo scrittore di Gomorra vorrebbe «consegnare idealmente al presidente del Consiglio e ai presidenti delle Camere». Perché, spiega, «sappiano che c'è un'Italia che non vuole leggi ad personam».

In un messaggio Saviano ringrazia tutti i firmatari dell'appello. Già nei giorni scorsi aveva letto in questa adesione «una voglia di democrazia». «Vi diranno - spiega - che è solo una minoranza e che firmare non costa nulla. Mi piacerebbe rispondere che una firma è la premessa dell'impegno, la voglia di partecipare. Di promettere in qualche modo che il proprio nome è lì a sostenere un'idea di paese diverso, una difesa del diritto e non di un territorio politico. Perché - conclude - la giustizia non è né di destra né di sinistra».