19 novembre 2019
Aggiornato 06:00
Giustizia e Politica

Il Csm difende Mesiano e attacca il Premier: «Giudici intimiditi»

Approvata pratica a tutela. Ma è nel dibattito che si sono toccate le punte massime dello scontro tra toghe e governo

ROMA - Sarà perchè il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, «condivide il fatto che questa vicenda ha connotati inquietanti», sarà forse perchè «di questa storia parla tutto il mondo», ma alla fine la presa di posizione del Csm a tutela del giudice estensore della sentenza Fininvest-Cir sul lodo Mondadori, Raimondo Mesiano, è durissima: sì a larghissima maggioranza (contrari solo i consiglieri laici del Pdl, Gianfranco Anedda e Michele Saponara) ad una pratica a tutela che dice chiaro e tondo che il premier, Silvio Berlusconi, ha gettato fango sulla magistratura e tentato di intimidire i giudici.

Le dichiarazioni di Silvio Berlusconi, quando ha detto che sul giudice Raimondo Mesiano «se ne vedranno delle belle», poi il video di Canale 5 sul giudice estensore della sentenza sul Lodo Mondadori sono, a leggere il testo della pratica, «condotte che destano allarmata preoccupazione in considerazione del fatto che possono produrre oggettivamente una forma di condizionamento per ciascun magistrato nell'esercizio della funzione giurisdizionale, in particolar modo allorquando si tratti di decidere di controversie nelle quali siano parti soggetti di rilevanza istituzionale ed economica».

Ma è nel dibattito che ha portato al voto di stasera che si sono toccate le punte massime dello scontro tra toghe e governo. «Il presidente del Consiglio - ha infatti detto il relatore della pratica, Ugo Bergamo (Udc) - ha lanciato un messaggio molto grave al paese», quando ha annunciato che su Mesiano se ne sarebbero viste «delle belle». «Il dossieraggio non ha avuto esito ma, grazie allo zelo del giornalista del re, ogni giudice ora sa che può esser sottoposto a un processo mediatico senza possibilità di difesa».

«La novità di questa vicenda è che si è passati dalle parole ai fatti - ha invece sottolineato il togato di Magistratura indipendente Antonio Patrono - si è toccato il magistrato in uno dei valori fondamentali, la sua privacy, a scopo di rappresaglia e intimidazione». Per il laico di centrosinistra Vincenzo Siniscalchi «siamo di fronte ad una modalità che ricorda il 'colpirne uno per educarne cento'»; mentre Fiorella Pilato, togata di Magistratura democratica, ha parlato di «olio di ricino mediatico» per chi emette «sentenze sgradite al potente di turno».

Sulla stessa lunghezza d'onda anche Mario Fresa, di Movimento per la Giustizia. Quella operata nei confronti del giudice Mesiano, ha detto, «è una chiara intimidazione all'intera magistratura: se pronunciate sentenze che non piacciono agli eredi del re di Prussia, è il messaggio che si è voluto lanciare, non vivrete più tranquilli». Dopo le parole di Berlusconi «c'è stata un'attività di osservazione, pedinamento e investigazione mirata per screditare Mesiano - ha denunciato a sua volta Fabio Roia (Unicost) facendo riferimento al video di Mattino 5 - e dire che la sentenza è stata pronunciata da una toga rossa psicotica». Per Ezia Maccora, togata di Md, «il messaggio è stato diretto anche ai cittadini: i magistrati non si rispettano». Giuseppe Berruti, di Unicost, ha infine osservato che «oggi ai giudici, a quelli meno importanti, dobbiamo dire che la legge è uguale per tutti».

Anche il vicepresidente del Csm Nicola Mancino ha espresso un voto a favore della pratica: «Il potere - ha fatto notare il vicepresidente - più è forte e più può intimidire». Poi, Mancino si è detto «preoccupato per il clima invivibile che si sta instaurando nel paese e che lo rende insensibile rispetto ai valori». «L'uso del consenso nei confronti di altri poteri - ha concluso Mancino - è deviato e porta ubriacature».

Quasi d'ufficio la difesa al provvedimento messo in campo dai laici del Pdl. Anedda e Saponara hanno infatti chiesto a più riprese di «rinviare la discussione e il voto sulla pratica a tutela al 4 novembre», per consentire «anche alla minoranza di studiare a fondo la vicenda», visto che, hanno osservato, «il documento è stato presentato soltanto questa mattina alle 10,30». No secco di tutto il resto del plenum che ha cominciato a discutere il 'caso' alle 17 di oggi e che in meno di tre ore ha piantato un altro chiodo nella bara del «civile dialogo» tra politica e giustizia.