12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
Elezioni Amministrative

Sergio Chiamparino: «Così il Pd rischia di perdere le città»

Intervistsa di Ninni Andriolo - L'Unità

La polemica tra Sergio Chiamparino e i vertici del Pd piemontese rappresenta uno dei «casi politici» dell’estate.
«Temo che a Torino possa ripetersi ciò che avviene, purtroppo fisiologicamente, quando si avvicina il momento del rinnovo delle cariche istituzionali», spiega il sindaco. «Là dove dovrebbe concretizzarsi una soluzione di continuità, come nel mio caso, iniziano lotte intestine».
«Scontri di potere - aggiunge - che rischiano di pregiudicare l’andamento dell’amministrazione negli anni che restano».

A Torino le comunali sono fissate per il 2011, l’anno prossimo si voterà per la Provincia, nel 2010 per la Regione...
«Credo che ci sia la possibilità di dare continuità alle esperienze positive di questi anni. Ma, voglio sottolinearlo, non c’è un diritto ereditario del centrosinistra a governare. Torino non è Bologna o Firenze, città con forte insediamento della sinistra. Noi raccogliamo mediamente un terzo dei voti e qui tutto dipende dalle alleanze, dal sistema di relazioni e dalle cose che si fanno».

«Continuità» o «ereditarietà»? Chiamparino non rieleggibile che vuole decidere d’imperio il suo successore?
«Sono il primo a comprendere che la continuità con l’esperienza amministrativa non deve significare ereditarietà. Nel cambio delle persone bisogna ricercare soluzioni guardando in avanti, ma senza distruggere ciò che di buono è stato fatto. La continuità va preservata, a meno che non si abbia un giudizio sostanzialmente negativo sull’esperienza di governo locale. L’opinione pubblica cittadina a me pare che quel giudizio negativo non ce l’abbia».

Una divaricazione tra il giudizio della città sul sindaco e quello che circola nel Pd, quindi?
«Io temo di sì. Ma il problema è più generale. Lo stesso che solleva Leonardo Domenici. Non vorrei che si desse una lettura retrodatata del ruolo pure importante delle forze politiche. Alla fine del secolo scorso si è registrato un passaggio fondamentale per la nostra democrazia che oggi, non a caso, non è più sotto la tutela dei partiti».

Per Domenici l’elezione diretta dei sindaci rappresenta il momento della svolta...
«La grande crisi del sistema politico degli inizi degli anni ‘90 può essere interpretata, oltre che per gli effetti della caduta del muro di Berlino o di Tangentopoli, con il fatto che nel nostro sistema democratico - che si reggeva prima sui partiti - si è creato un rapporto più diretto tra istituzioni e cittadini. L’elezione diretta dei sindaci è l’unica innovazione istituzionale di cui la gente si è accorta».

Inevitabilmente residuale il ruolo dei partiti, e quindi del Pd, a livello locale?
«La realtà che ho descritto sopra richiederebbe, da parte di chi ha responsabilità di partito, una riflessione attenta per riposizionare il ruolo delle forze politiche in un contesto nuovo. Nella direzione, cioè, della rappresentanza di interessi e di valori e non della sostituzione dei partiti alle istituzioni»

Le cose dell’amministrazione «decise dai consigli comunali e dalle giunte e non già dalle forze politiche», per dirla con Cofferati?
«Esatto. E non si tratta, come potrebbe apparire, di una banale distinzione di responsabilità o di funzioni, ma di un processo di maturazione democratica. C’è stato un lungo periodo in cui i partiti hanno svolto ruoli al tempo stesso di rappresentanza della società e di supplenza, di numi tutelari delle istituzioni. I partiti, cioè, surrogavano i processi decisionali, e non è un caso che si siano trasformati in luoghi di mera redistribuzione del potere. In una certa fase questo è stato utile. Dopo quel meccanismo non ha retto di fronte alla maturazione dell’opinione pubblica».

Non sarà che la realtà è meno complessa e si riduca ai sindaci e ai governatori tentati dall’autosufficienza? Fa un certo effetto leggere di amministratori Pd accusati di autoritarismo...
«I dati caratteriali non possono spiegare i problemi politici di fondo, questi vanno discussi e non celati. Se di fronte ai temi che ho cercato di mettere in evidenza prima le risposte che vengono date sono «sei un oligarca» - così mi sono sentito ripetere pochi giorni fa - o «sei affetto da berlusconismo», allora vuol dire che c’è un problema di analisi politica da mettere a fuoco»

Inevitabile, quindi, che sindaci e governatori catalizzino consensi che annebbiano il ruolo del partito e dei suoi gruppi dirigenti?
«Qui diventa ancora una volta essenziale la distinzione riassunta da Cofferati. Il limite che avverto è esattamente quello di un partito che non è in grado di calarsi sufficientemente nei cambiamenti della società, in modo da riuscire a interpretarli. I partiti devono ricominciare da lì e attraverso l’immersione tra la gente devono saper produrre differenza di opinioni, di orientamenti, di progettualità. A quel punto lo stesso confronto, o lo stesso scontro, per indicare le leadership istituzionali costituirebbero un arricchimento».

Insomma, a Torino c’è un partito che non sta tra la gente e un sindaco Pd che fa l’esatto contrario?
«Se tutto nasce dall’idea di una sorta di ereditarietà del centrosinistra a governare, e se l’unico problema è quello di chi controlla più e meglio il partito, a quel punto rischiano assieme sia Torino che il centrosinistra. E corriamo anche il pericolo di perdere le occasioni per costruire il Pd. O il partito vive di più dentro la città o rischia di rimanere al palo»

Lei ha inviato una lettera molto critica ai vertici del Pd piemontese...
«Ho indicato due temi: un giudizio sull’esperienza della mia amministrazione e l’accenno critico sulle correnti come mera aggregazione di potere. Ci si misuri in modo esplicito. Mi si dica dove non va l’esperienza amministrativa torinese. Ho solo sentito, al contrario, polemiche sulla presunta subalternità ai poteri forti. A questo punto voglio un confronto alla luce del sole. Non chiedo che si dica che sono bravo. Mi interessa, invece, un’analisi critica e una discussione esplicite».

Che cosa le rimproverano e come replica?
«Abbiamo fatto male a intervenire e investire per dare una mano alla Fiat a riportare la produzione a Mirafiori? Abbiamo fatto male a fare le Olimpiadi in quel modo? Se si ritenevano le scelte subalterne bisognava dirlo allora: quando c’erano gli operai in cassa integrazione che manifestavano. Si vuole discutere ora? Benissimo, lo si faccia. Ma lo si faccia apertamente».

L’accusa è: il Pd discute nelle sedi proprie, mentre il sindaco interviene a mezzo stampa...
«Se uno ha un ruolo pubblico è fatale che abbia il diritto, ma soprattutto il dovere, di corrispondere con l’opinione pubblica. Nessuno, in ogni caso, può dire che i temi che ho sollevato con una lettera al segretario regionale non li abbia sviluppati anche nelle sedi di partito. Ricordo l’assemblea regionale di sei mesi fa o la direzione del dopo voto nelle quali dissi esplicitamente in positivo quello che ho detto in negativo a Morgando...»

E cioè?
«Hai vinto le primarie, anche se di poco, e sei il segretario. Si azzerino le divisioni del 14 ottobre, porta avanti tu un percorso che rimescoli le carte e consenta a tutti di sentirsi protagonisti. Non ho fatto mancare il mio contributo al partito. Recentemente, poi, ho condito questi temi con un messaggio forte: se con me non si vuole discutere apertamente non vado alla festa del Pd».

Alla fine andrà, però...
«Si, è stato fissato un dibattito sui temi che ho posto e raccolgo volentieri l’occasione che mi viene offerta».

Torino, intanto, deve fare i conti con le casse vuote del Comune...
«Non ci siamo certo indebitati per andare al Casinò. Non si può dire che Torino ha fatto cose buone e poi puntare il dito contro i debiti del Comune. L’operazione Fiat è costata al sistema degli enti locali 70 milioni, quella olimpica qualcosa che si avvicina ai 350-400 milioni. La metropolitana il 40% di un miliardo e duecento milioni di euro. E queste sono solo le cose grosse. Insomma, non è che i soldi li abbiamo buttati via. Su questi problemi, poi, si innesca una politica che, diciamo la verità, anche prima di Berlusconi non è stata mai molto mite nei confronti dei comuni. Nasce anche da qui il fatto che il federalismo fiscale possa essere un elemento di modernizzazione del Paese».

Lei è un sostenitore convinto del federalismo fiscale...
«Il processo più innovativo di un percorso di riforma fiscale è quello di dare più risorse e più funzioni ai grandi centri urbani, perché è lì che può pulsare lo sviluppo. Se non si definisce un ruolo preciso dei grandi sistemi urbani manchiamo uno degli appuntamenti più importanti».

Lei fa parte del governo ombra Pd. C’è chi chiede il congresso anticipato del partito, è d’accordo?
«Se il congresso avviene nelle attuali condizioni non vedo cosa possa cambiare, il rischio anzi è che si peggiori la situazione. Diverso è se si aprisse un confronto politico su alcuni nodi di fondo. In genere prima si fanno emergere i nodi politici e poi, semmai, li si affronta in un congresso. In modo tale che questo non si traduca semplicemente in una nuova conta, in una ridefinizione di gruppi e gruppetti che continuano a non fare uno sforzo per misurarsi con la realtà.
Io, ad esempio, non ho ancora capito dove andranno a sedersi in Europa i nostri parlamentari, o il profilo del Pd sui temi cruciali della laicità, della bioetica, ecc. Siamo ancora un partito che ha difficoltà a dire che cosa fa sulle coppie di fatto...Il congresso? Se serve a dipanare questi nodi facciamolo. Altrimenti non serve a nulla la semplice risistemazione delle vecchie figurine in un album nuovo».