20 settembre 2019
Aggiornato 09:30
politica

Le 10 «richieste» (al Governo) per un nuovo Startup Act italiano

Un vero e proprio set di regole che trasformi l’Italia in un Paese attrattivo e in una culla per startup e imprese innovative

Le 10 «richieste» per un nuovo Startup Act italiano
Le 10 «richieste» per un nuovo Startup Act italiano Shutterstock

ROMA - Nella morsa della campagna elettorale, di fronte a un completo digiuno digitale che si evince nei principali programmi elettorali dei candidati premier e nella giornata in cui, a Roma, si teneva lo #StartuDay per chiedere al futuro Governo un piano per l’innovazione, un documento inizia a circolare viralmente sui social. E’ stato denominato «Startup Act» e raccoglie una serie di proposte, dieci per la precisione, per lo sviluppo di un vero ecosistema imprenditoriale italiano. «Molte cose partono da un documento che fu steso in collaborazione tra tutte le associazioni italiane, ma poi è stato lungamente implementato con confronti con altri esperti e con le community - ci racconta Gianmarco Carnevale, presidente di Roma Startup e uno di coloro che ha preso parte alla stesura del testo -. L’idea è che sia un’operazione dal basso, collaborativa e condivisa da tutti i founders e investitori».

Un vero e proprio set di regole che trasformi l’Italia in un Paese attrattivo e in una culla per startup e imprese innovative, reso necessario a fronte dei pessimi risultati che ci portiamo dietro da anni e che ci separa inesorabilmente dal resto d’Europa. Mentre nel Vecchio Continente, infatti, il 2017 è stato l’anno in cui sono stati investiti più capitali di rischio in startup (19 miliardi, per la precisione), l’Italia è crollata ai minimi storici. Secondo quanto riportato da Agi i milioni investiti in startup nel 2017 ammontano a 110.8, 68 in meno rispetto ai 178 milioni del 2016. Nocciolo della questione sono i capitali esteri, che in Italia non arrivano. Eppure, secondo lo studio di Atomico negli ultimi due anni i fondi di venture capital europei hanno effettuato circa 1000 investimenti all’anno in società con sede al di fuori del loro mercato nazionale, ben il 33%. Questo perché i VC europei vedono sempre più spesso opportunità al di fuori della loro tradizionale impronta geografica. Questo significa che i capitali ci sono, ma non si riversano nel nostro Paese.

Al netto delle responsabilità,  è proprio per migliorare queste condizioni che il documento - che sta raccogliendo numerosi consensi da parte dei principali attori dell’ecosistema innovativo italiano - propone 10 richieste, «intese come 10 capitoli di uno Startup Act italiano che mette a fuoco la filiera del venture business e riscriva le norme che oggi frenano la nascita e la crescita di nuove imprese globali italiane, mortificando le potenzialità e le forze creative e dell’innovazione del paese».

Tra le richieste troviamo l’incentivazione della ricerca al fine di favorire anche il trasferimento tecnologico tra università e impresa, l’attrazione internazionale di talenti e investimenti, l’incremento della liquidità nella filiera del venture business, nuovi incentivi e semplificazioni per le imprese, il riordino degli incubatori certificati in operatori intermedi certificati e via di questo passo.

A farla da padrone, ovviamente, sono le politiche relative ai capitali di rischio che dovrebbero andare a ingrassare i portafogli delle nostre startup. Startup che, tuttavia, sarebbero molto più legate agli agli investimenti bancari che a quelli in equity. Secondo quanto dichiarato da Massimo Nesi, di LVenture Group, «per ogni euro di equity ce ne sono 1,6 di debito», con un sistema bancario che tra gennaio e giugno 2017 avrebbe erogato alle startup innovative italiane 120 milioni di euro, contro i 75 milioni di investimenti in equity (sempre nello stesso periodo di riferimento). Ad essersi accorto della situazione è anche lo stesso direttore generale di Banca d'Italia Salvatore Rossi, il quale vorrebbe che il Paese «troppo dipendente dalla banche, ricorra meno alle banche e più ai mercati».

Ovviamente si tratta di una questione sistemica che deve comprendere tutti gli operatori e, in particolare, quelli istituzionali. Certamente non avremo le stesse ambizioni di Paesi come la Polonia, il cui primo ministro Mateusz Morawiecki non fa mistero delle sue intenzioni a diventare leader nel settore Fintech, dando la priorità, nella sua agenda, alla nascita di startup innovative proprio nell’innovazione tecnologica della finanza. Probabilmente non assisteremo neppure alla creazione di un fondo come quello del francese Macron che, lo scorso anno, ha destinato 10 miliardi alle startup del suo Paese. Resta il fatto che le elezioni ci sono. Ed è ora che vengano attivate delle politiche intelligenti per favorire anche il nostro sistema imprenditoriale e creare lavoro. Soprattutto affrontando la tecnologia.