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Così la blockchain ci spiega tutti (ma proprio tutti) i segreti del cibo

La blockchain rende la filiera alimentare molto più trasparente. Tutte le informazioni sono registrate e disponibili per sempre

Così la blockchain ci spiega tutti (ma proprio tutti) i segreti del cibo
Così la blockchain ci spiega tutti (ma proprio tutti) i segreti del cibo (Shutterstock.com)

MILANO - La blockchain è un modo per archiviare e condividere le informazioni attraverso una rete di utenti in uno spazio virtuale aperto. La tecnologia consente agli utenti di guardare tutte le transazioni contemporaneamente e in tempo reale. Questo, nell’industria alimentare, ha un potenziale enorme. Perché? Facciamo qualche esempio pratico. Il consumatore, passeggiando per gli scaffali di un supermercato, attraverso la lettura di un semplice codice QR, potrebbe risalire a tutte le informazioni disponibili su quella fettina di vitello che si sta apprestando ad acquistare. Informazioni quali la data di nascita di un animale, l'uso di antibiotici, le vaccinazioni e il luogo in cui è stato allevato il bestiame.

La blockchain rende la catena di approvvigionamento più trasparente a un livello completamente nuovo. Inoltre, consente all'intera catena di essere più reattiva nei confronti di eventuali disastri per la sicurezza alimentare. Motivi per cui la tecnologia è stata presa in considerazione anche da colossi come Nestlè o Unilever. Anche Walmart che vende il 20% di tutto il cibo negli USA, ha appena completato un progetto pilota sulla blockchain: pensate, può fornire tutte le informazioni che il consumatore desidera in 2,2 secondi.

Le attuali pratiche industriali sono molto più aperte agli errori umani. Gran parte dei dati relativi alla conformità sono verificati da terzi e memorizzati su carta o in un database centralizzato. Queste banche dati sono altamente vulnerabili alle imprecisioni informative, all'hacking, agli elevati costi operativi e agli errori intenzionali motivati dalla corruzione e da comportamenti fraudolenti. Con il blockchain, gli errori sarebbero riconducibili ai singoli colpevoli. Alla luce dei recenti scandali di frode alimentare, questa caratteristica non è banale.

E in Italia? Nel nostro Paese lo sviluppo tecnologico nel settore agricolo, tanto per iniziare, è ancora allo stato embrionale. Meno dell’1% della superficie coltivata complessiva - a oggi - è gestita attraverso sensori, droni e analisi dei Big Data, trend che, probabilmente, considera la blockchain come uno step addirittura successivo allo sviluppo di queste tecnologie. E’, tuttavia, dalla mente di un italiano che si è sviluppata una delle startup più promettenti in questo settore, Foodchain. Marco Vitale è il co-fondatore e AD di Foodchain, società innovativa nata nel nel 2016 e ospitata presso Il Parco Scentifico Tecnologico ComoNext di Lomazzo. «Dopo aver studiato a lungo la tecnologia blockachain in ambito bitcoin - ci racconta Marco - ci siamo concentrati sul settore ‘food’. Siamo partiti da un numero, il valore della contraffazione del Made in Italy che raggiunge i 65 miliardi di euro l’anno. Bene, con la blockchain è possibile eliminare questo problema poiché la filiera diventa completamente tracciabile ed è quindi possibile identificare ogni singolo prodotto con un codice univoco a cui associare qualsiasi informazione».

Il codice univoco di cui parla Marco è creato e associato all’account del produttore (può essere, ad esempio, un QRcode). Questo codice è applicato al bene che si intende tracciare: nel codice ci possono finire video, immagini, certificazioni. Tutti questi dati vengono immessi nel sistema diventando fruibili in maniera trasparente e inalterabile per sempre. «Per i contadini meno evoluti tecnologicamente le informazioni possono essere trasferite attraverso un registro digitale, mentre per contadini più ‘digitalizzati’ possono collegare la nostra applicazione (e quindi il codice) ai sensori che hanno posizionati nel campo per la trasmissione dei dati. Lo stesso procedimento potrà essere svolto da tutti gli operatori della filiera, dalla logistica al supermercato. Combattendo anche il mercato parallelo». Mercato parallelo? Facciamo un esempio. Ipotizziamo che l’operatore della logistica abbia inserito nel suo codice univoco che quella cassetta di pomodori era diretta a uno stabilimento per poter poi essere esportata in Cina. Questa informazione rimane registrata nel codice ed è quindi identificabile. In questo modo, prelevando la confezione dal bancone del supermercato sotto casa, potremmo renderci conto che quei pomodori erano destinati a un altro mercato e riconsiderare le nostre scelte. La stessa operazione potrebbe farla il supermercato stesso, magari decidendo di non mettere in commercio il prodotto arrivato erroneamente sugli scaffali di un market a Milano anziché a Pechino. E via discorrendo.

I vantaggi sono molti, in effetti. Un celiaco, scansionando il codice del prodotto con lo smartphone, potrebbe apprendere che quell’alimento ha viaggiato insieme a prodotti a base di farine tradizionali e, pertanto, evitare accuratamente di procedere all’acquisto. Oppure scoprire che quell’insalata «spacciata» per biologica è stata, in realtà, coltivata a ridosso di un’autostrada. Potremmo essere addirittura in grado di sapere su quale scaffale del supermercato doveva essere posizionato un determinato alimento. Il tutto attraverso un codice che - grazie alla blockchain - raggruppa tutte le informazioni che gli operatori della filiera hanno deciso di condividere sul quello specifico prodotto. Un codice utile al consumatore, ma alimentato e costruito dalla filiera. Non stiamo parlando di storytelling del prodotto, ma di informazioni che potrebbero renderci molto più consapevoli degli acquisti che facciamo. «Abbiamo fatto la prima sperimentazione con un’azienda di Torino, registrando tutti i passaggi della filiera del caffè, dal campo al bancone del bar e oggi siamo sul mercato - conclude Marco -. Nei prossimi mesi apriremo il codice sorgente per rendere parte del progetto open source e quindi permettere a tutti di ‘collaborare’».