18 luglio 2019
Aggiornato 02:30
Crisi in Venezuela

Guaiḍ si muove con Mosca e Pechino (che riducono aiuti a Maduro)

Entrambi i Paesi non intendono perdere miliardi di dollari in investimenti e debiti accumulati da Caracas e stanno valutando come muoversi a mano a mano che Maduro si ritrova sempre più isolato sulla scena internazionale e a rischio su quella interna

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CARACAS - Juan Guaidó si sta muovendo per stabilire canali diplomatici con la Cina e la Russia, puntando a formalizzare relazioni con i due principali alleati di Nicolas Maduro. Il leader dell'opposizione venezuelana, autoproclamatosi presidente ad interim, lo ha confermato al Financial Times: «stiamo cercando di stabilire relazioni formali con tutti i Paesi, inclusi naturalmente Russia Cina due dei Paesi con i più grandi investimenti in Venezuela».E proprio gli investimenti potrebbero essere la chiave per sciogliere il muro contro muro tra Guaidò e i suoi sostenitori internazionali da una parte, e dall'altra Russia e Cina , sponsor del regime di Maduro. Almeno fino ad ora.

Entrambi i Paesi non intendono infatti perdere miliardi di dollari in investimenti e debiti accumulati da Caracas e stanno valutando come muoversi a mano a mano che Maduro si ritrova sempre più isolato sulla scena internazionale e a rischio su quella interna. La Russia ha così avviato contatti informali con i sostenitori di Guaidò negli Usa. Niente per ora di diretto con il leader dell'opposizione. «Ma se Maduro è così debole da perdere il potere, allora che accada» dice una fonte Mosca.

Dopo aver appoggiato pubblicamente Maduro nel braccio di ferro con Guaidò (e gli Usa), il Cremlino ora riflette su quanto potrebbe costare questa linea, in caso il regime del presidente venezuelano implodesse improvvisamente, lasciando aperta la questione degli investimenti russi e del debito accumulato nei confronti di Mosca.

La Russia ha prestato a Caracas circa 23 miliardi di dollari dal 2006 (considerando anche i 6 miliardi in aiuti e investimenti concordai a dicembre 2018) e ha accumulato crediti per 3,2 miliardi di dollari in debito sovrano. Caracas ripaga - o meglio, ripagava - con forniture di petrolio, ma da gennaio ad agosto 2018 la società statale venezuelana del petrolio PDVSA ha inviato in Russia 117mila barili al giorno invece dei 380mila concordati, quindi ha risarcito la Russia al 40% per questo periodo. Secondo dati Reuters, con la Cina la compagnia petrolifera venezuelana si sarebbe comportata un po' meglio, garantendo il 60% delle forniture previste.

Debiti che una eventuale nuova amministrazione venezuelana dovrà mettere sul tavolo, soprattutto se si troverà un accordo. A preoccupare Mosca sono anche i 2,3 miliardi di dollari di debiti accumulati da PDVSA nei confronti del colosso russo del petrolio Rosneft, che nelle ultime settimane ha cercato di rassicurare i suoi investitori, nel timore di mettere a repentaglio per la causa venezuelana una performance finanziaria piuttosto positiva e stabile. Rosneft ha partecipazioni in sei giacimenti petroliferi in Venezuela.

Pdvsa, ha smentito che la banca statale russa Gazprombank abbia deciso di congelare i conti della compagnia petrolifera statale venezuelana, per ridurre i rischi collegati alle sanzioni statunitensi. Il Cremlino da parte sua è stato più vago: «non siamo al corrente» del congelamento dei conti della società venezuelana, ha detto il portavoce Dmitri Peskov.

Simile il quadro con la Cina che al Venezuela ha prestato ad oggi 62 miliardi di dollari e ha di recente chiuso i rubinetti per timore di ritrovarsi con un enorme credito che non sarà mai ripagato.

Il regime di Maduro allo stesso tempo tiene aperti canali diplomatici per sondare le possibili prossime mosse americane. Secondo diversi analisti, il presidente non più riconosciuto dagli Usa e da buona parte dei Paesi Ue starebbe valutando di negoziare una via d'uscita, proprio alla luce del raffreddamento dei rapporti con Mosca e Pechino. Il suo ministro degli Esteri Jorge Arreaza, ha incontrato due volte l'inviato speciale americano Elliot Abrams. Guaidò da parte sua si tiene fuori da questo capitolo, e si è limitato a dichiarare di non essere al corrente di questi colloqui avvenuti a New York, descritti dallo stesso Maduro come «distesi».