28 giugno 2017
Aggiornato 16:00
Cosa non va nel sistema di cooperazione internazionale?

«Aiutarli a casa loro»? No, non serve. Ecco perché povertà e immigrazione aumentano comunque

«Aiutarli a casa loro»: quello che i governi occidentali stanno sempre più provando a fare nella speranza che i flussi migratori diminuiscano. Ma, dati alla mano, così non avviene

L'allora ministro e oggi premier Paolo Gentiloni durante la prima Conferenza ministeriale Italia-Africa nel maggio 2016
L'allora ministro e oggi premier Paolo Gentiloni durante la prima Conferenza ministeriale Italia-Africa nel maggio 2016 (ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)

ROMA - «Aiutiamoli a casa loro». Quello che una volta era considerato uno slogan leghista inattuabile, oggi è diventata la massima che, almeno nelle intenzioni e nei programmi dichiarati, dovrebbe guidare il comportamento dell'Ue per far fronte alla crisi migratoria. Negli ultimi mesi, almeno da quando Matteo Renzi ha presentato la sua proposta rinominata «Migration compact», in Europa si parla sempre più di cooperazione internazionale come della principale risposta per limitare l'esodo dall'Africa e non solo. Non a caso, la stessa Angela Merkel, incontrando qualche giorno fa i leader africani, ha riproposto questa ricetta, invitando a investire in Africa per far scendere l'asticella dell'immigrazione. E' sotto l'ampio cappello della «cooperazione internazionale» che figurano accordi come quello che l'Italia ha di recente stretto con Libia, Niger e Ciad, che si spera possano servire per far scemare il flusso. Ma, come spesso avviene, la realtà è molto lontana dalle intenzioni. Sì, perché, cifre alla mano, l'impegno europeo non sembra aver sortito gli effetti sperati, almeno per ora. In realtà, i dati da mettere in evidenza sono essenzialmente due: il primo riguarda proprio l'aspetto dell'efficacia degli aiuti; il secondo la natura di tali aiuti.

Gli aiuti aumentano, ma aumenta anche la povertà
Quanto al primo aspetto, si può dire che l'incremento generale di aiuti internazionali non ha portato a una diminuzione della povertà, e dunque delle migrazioni. Secondo l'ultimo rapporto Ocse, nel 2016 gli aiuti pubblici allo sviluppo sono cresciuti ancora, arrivando a 146,2 miliardi, un aumento dell'8,9% rispetto al 2015. Guardando in particolare all'Africa, si nota che, dal 2006 al 2015, gli aiuti hanno toccato quota 515,8 miliardi di dollari tra contributi ufficiali pubblici e privati. Una cifra che peraltro è aumentata negli ultimi anni: si è infatti passati dai 27,7 miliardi del 2006 ai 51,8 del 2015, periodo in cui si registra un aumento complessivo dell'87%. In testa alla classifica dei Paesi beneficiari figurano Egitto, Nigeria, Marocco ed Etiopia. Ma proprio dalla Nigeria, quest'anno, proviene la più alta percentuale di migranti.

I casi della Nigeria e del Marocco
Un dato che per certi versi è sconcertante: se la Nigeria è tra i primi beneficiari degli aiuti Ue, perché è ancora il Paese da cui scappano più persone? L'impegno europeo non sembra sufficiente davanti alle crisi che affronta il Paese: la presenza di Boko Haram da un lato e la siccità che affligge il Sahel dall'altro. Ma la Nigeria non è affatto l'unico caso. Dal Sudan, ad esempio, il flusso migratorio continua a essere consistente, nonostante i 12,6 miliardi di aiuti ricevuti dal 2006 in poi. Si pensi anche al Marocco, destinatario di finanziamenti per 27,3 miliardi di dollari nel corso di un decennio, rimasto però il Paese d'origine della terza comunità di stranieri più ampia d'Italia dopo romeni e albanesi. Gli aiuti dei Paesi occidentali, forniti sotto forma di mero assistenzialismo, insomma, non sembrano davvero in grado di alleviare la povertà che spinge migliaia di persone a fuggire. Le cause sono molteplici: corruzione, tassazione, instabilità politica, condizioni climatiche, burocrazia, colonialismo economico, livelli di povertà talmente elevati che i contributi occidentali risultano comunque ininfluenti. Nell'elenco, qualcuno inserisce anche un sistema di finanziamento quantomeno opaco.

Quanto va davvero ai Paesi poveri?
Poi c'è l'altro aspetto, profondamente legato al precedente, di cui è l'altra faccia della medaglia. A che cosa sono realmente destinate le somme di denaro che l'Occidente investe nella cosiddetta «cooperazione internazionale»? Come denunciato da Oxfam, nel computo delle risorse destinate agli aiuti per lo sviluppo, troppo spesso ci finiscono anche le spese dei singoli Stati per l'accoglienza dei rifugiati nei propri Paesi, nonché le somme di denaro concesse dai donatori ai Paesi da dove partono i migranti, destinate al controllo delle frontiere. A ben vedere, la percentuale che va effettivamente a combattere le cause profonde delle migrazioni – come povertà e conflitti – è molto inferiore di quello che appare a un primo sguardo. Il caso dell'Italia è esemplificativo: secondo Oxfam, i costi per i rifugiati nel 2016 si attestano al 34% dell’intera somma di aiuti per lo sviluppo stanziata. In termini assoluti, quindi, si passa da 983 milioni di dollari allocati nel 2015 ad oltre 1,66 miliardi del 2016: un incremento del 69%. L'Italia, però, è in ottima compagnia: secondo l'Ocse, nel 2015 le risorse destinate complessivamente agli aiuti per lo sviluppo ammontavano a 131,6 miliardi di dollari, mostrando un incremento complessivo del 6,9% che si riduce ad un misero 1,7% al netto dei costi per l’accoglienza dei rifugiati contabilizzati da molti Paesi donatori. Insomma: la parte di denaro che raggiunge effettivamente il Paese in difficoltà e che non è impiegata nel controllo delle frontiere è spesso molto minore di quella ufficialmente indicata. Un approccio che, se da un lato mette in evidenza la difficoltà degli Stati europei a reperire fondi per l'accoglienza, dall'altro lato rischia di rivelarsi controproducente, nella misura in cui rimanda ancora a data da destinarsi il tempo in cui riusciremo davvero ad «aiutarli a casa loro».