25 giugno 2017
Aggiornato 16:00
Verso un mondo senza guida

L'impero statunitense dentro il declino. I piccoli segnali di una tempesta perfetta

I pasticci di Hollywood, la secessione della California e la crisi del debito. Sarà Trump il detonatore che farà esplodere la prima superpotenza?

WASHINGTON - Solo gli avvenimenti più scontati della vita riescono a sorprenderci. Uno su tutti: la morte, il più certo di tutti. E noi, cittadini globali del XXI secolo, stiamo vivendo la fine convulsa, la morte appunto, di quello che doveva essere un impero eterno. Quello degli Stati Uniti d’America. Come tutto ciò che esiste in natura anch’esso segue lo sviluppo di una curva di Gauss, e noi tutti ci troviamo a vedere il punto culminante di una parabola. Come tutti gli imperi, quello statunitense ha avuto una percezione di sé che potrebbe ricordare un altro principio della fisica, quello della «Freccia del tempo». Ovvero qualcosa di irreversibile, eterno al punto di risultare perfino estraneo al concetto di tempo. La storia era finita si disse, e tutto sarebbe divenuto propaggine della cultura statunitense. Era il 1989, e sembrano passati mille anni.

Hollywood si autoridicolizza
Forse nulla più di quanto accaduto a Hollywood la notte degli Oscar mette maggiormente in luce il precipitare degli eventi. Una scena patetica al di là di ogni immaginazione: il film migliore, nettamente, La La land, viene sostituito mentre registi e protagonisti stanno per impugnare sul palco la statuetta dorata. Al posto del film di Damien Chazelle viene premiati Moonlight di Barry Jenkins. Sconcerto in sala, Warren Beatty viene trattato come un vecchio rimbambito, quelli di La la land scendono con la coda tra le gambe e sorrisi pietrificati sul volto. Sostituiti al volo dai vincitori. Tutto questo perché? Per fare vincere un film che tratta temi che al presidente Donald Trump dovrebbero dare fastidio. In pochi azzardano questa analisi ma in tantissimi la stanno sussurrando. Hollywood, come noto, con le sue star miliardarie sta portando avanti una lotta senza quartiere nei confronti del neo presidente: i cui errori, alcuni macroscopici e perfino comici, non saremo noi a difendere. Ciò che emerge, però, è un paese non solo diviso, ma in guerra, al punto di risultare perfino goffo e ridicolo, come nel caso della dorata e sgangherata premiazione.

Media con l'elmetto
Hollywood con i suoi lustrini è solo la punta dell’iceberg. Cosa dire dello scontro senza precedenti tra Donald Trump e i media, in primis con l’emittente Cnn e il quotidiano New York Times? Il presidente, che ha vinto la competizione elettorale nonostante la campagna mediatica totalmente avversa di tutti i maggiori broadcaster degli Usa, e quindi del mondo, può rivendicare senza tema di smentita la faziosità, nonché la partigianeria, di tale informazione. Le bufale sul suo conto, le imboscate, i finti scoop non si contano più. Nonché i dossier che giacciono in attesa di pubblicazione. Lui, forte della vittoria elettorale che ormai evidenzia la sempre più scarsa influenza dei media, si permette di deriderli e minacciarli.

La lotta con i media
I reporter di Cnn, New York Times, Los Angeles Times e Politico sono stati infatti esclusi dalle conferenze stampa che si tengono alla Casa Bianca, senza alcun motivo ufficiale. Il direttore del New York Times, Dean Baquet, ha rilasciato successivamente una dichiarazione definendo l’episodio senza precedenti: «Nulla del genere è mai accaduto alla Casa Bianca nella nostra lunga storia di copertura di molteplici amministrazioni di diversi partiti. Protestiamo con vigore contro l’esclusione del New York Times e di altri gruppi d’informazione. Il libero accesso dei media a un governo trasparente è ovviamente di importanza.» Chiunque abbia passato qualche ora davanti alla Cnn non ha potuto che vedere il susseguirsi di attacchi verso il presidente, culminato nel comizio dell’attrice Jodie Foster che ha invitato gli statunitensi alla «resistenza».

La California se ne va
Oggi però c’è qualcuno che la parola «resistenza» la prende più seriamente rispetto ad altri. In California un movimento sempre più vasto sta portando avanti da tempo l’idea della secessione dagli Stati Uniti. Un piccolo fronte non decisivo, ma che sta crescendo esponenzialmente dall’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump. A fomentare la secessione, anche se in maniera indiretta, ci sono i magnati della sylicon valley, i gruppi di pressione legati ai movimenti per i diritti civili, i vip di Hollywood e dell’industria commercial culturale. Il movimento ha un nome «Yes California» e sostiene un concetto semplice: la California non è uno Stato, è una Nazione. Sulla omonima pagina Facebook è già possibile vedere quale sarà il passaporto del cittadino di nazionalità californiana, e diversi appelli recanti le «ragioni» di una dovuta indipendenza si susseguono. Il gruppo è molto piccolo, perché coinvolge circa quarantamila seguaci, il cui scopo è raccogliere 585.407 firme necessarie per inserire nella scheda elettorale del 2018 un quesito sulla secessione.

Collasso finanziario
Tre capitoli diversi, che mettono in luce un paese profondamente spaccato. Ovviamente le sceneggiate hollywoodiane non hanno la portata delle cannonate dei media anti-Trump, così come i sogni di secessione dei ricchi californiani. Tutti gli elementi spingono nella stessa direzione: la divisione sempre più marcata che l’era Trump sta fomentando, che potrebbe perfino trasformarsi in una larvata guerra civile. Questo perché, come noto, gli Stati Uniti sono un paese dove circolano liberamente circa trecento milioni di armi da fuoco, comprese armi da guerra di ogni potenza. Un paese quindi che non può permettersi crisi sociali, pena l'esplosione della violenza che cova.  Oggi le proteste sono relegate in piccoli gruppi molto potenti sul piano mediatico, che difficilmente potrebbero passare alle vie di fatto, per altro ben note perché quotidianamente messe in pratica dalla cittadinanza statunitense.

Crisi economica come detonatore?
Il declino dell’impero potrebbe scaturire da un altro tra gli eventi più certi della storia, che da sempre funge da detonatore: una crisi economica e finanziaria. L’elenco degli imperi crollati per motivi economici è infinito, a partire da quello romano. Come da noi già detto (inserire link nostro articolo su crollo di borsa) il mercato finanziario sta andando incontro ad una correzione molto violenta, nell’ordine del 25% dai massimi odierni. Questo significa: fallimento delle banche centrali, crollo nel mercato obbligazionario pubblico e privato, recessione mondiale. Da un punto di vista fiscale l’Occidente dovrebbe fronteggiare un vero bagno di sangue, il che significa la fine dello stato sociale per come l’abbiamo conosciuta fino ad ora. La responsabilità ricadrebbe sulla cosiddetta Trumpecnomics, ovvero la sinergia tra spesa pubblica (Roosevelt), taglio delle tasse (Reagan) e taglio dei servizi (Reagan bis). Dato il già elevato livello di debito tale combinazione ingenererebbe il collasso finanziario ed economico che molti temono. Sarebbe la agognata fine dell’era Trump a cui, però, seguirebbe la messa in discussione dell’impero statunitense.