25 aprile 2019
Aggiornato 06:30
Presidenziali Usa 2016

Dopo il cibo spazzatura, la politica spazzatura. Tutto made in Usa

La campagna elettorale americana, che si concluderà oggi, è stata l'apoteosi di un nuovo tipo di politica: la «Junk Politics», politica spazzatura. Che punta all'astensione

Bandiera americana.
Bandiera americana. ( Shutterstock )

ROMA - Se è vera la storia secondo cui tutto ciò che viene inventato negli Usa prima o poi arriva in Italia non c’è molto da festeggiare. Dopo la Coca Cola, i jeans, il fast food e mille altre cose, potrebbe arrivare la politica spazzatura: ovvero quella cosa che sta per terminare, finalmente, tra poche ore. Ma che lascerà un segno profondo nel sentir comune statunitense. Un processo di imbarbarimento manifesto, che ha utilizzato toni volgari fin dal principio, e ha visto scontrarsi due personaggi incredibili, che raccontano bene la deriva culturale, e sociale, della prima potenza del mondo. La teoria di Gay Talese, grande scrittore statunitense che tanto nella vita ha provocato, secondo cui queste elezioni non contano nulla, è vera. I due candidati sono entrambi ostaggio del loro passato, Donald Trump, e delle lobbies, Hillary Clinton.

Junk Politics e Real Politik
Sono però, i due candidati, fondanti di una nuova pratica: la «junk politics», la politica spazzatura. Un tempo c’era la nobile, e discussa, real politik: oggi siamo dalla parte opposta. Accuse morbose, insulti, nessuna idea complessa. Domina l’accusa, il disprezzo umano, il rancore personale. Gli americani che andranno a votare questa notte lo faranno temendo i super complotti della Russia di Putin che potrebbe, con i suoi potenti mezzi, gettare nel caos il sistema informatico più potente e protetto del mondo. Evidentemente, da quelle parti, c’è la vaga sensazione di poter dire al proprio popolo qualsiasi tipo di sciocchezza: senza temere di pagarne uno scotto.

Appelli... all'astensionismo
Il candidato repubblicano è stato accusato di essere una maniaco sessuale e lui, dopo aver negato tutto, ha risposto che il vero maniaco è il marito di Hillay, Bill Clinton. E così via. Il tutto con un unico obiettivo, peraltro comune: mandare alle urne meno gente possibile, incentivando il disgusto nell’elettorato dell’altro. Questo è un vero punto di cesura con il passato. Perché durante questa lunga e improbabile campagna elettorale è risultato evidente che la strategia adottata da entrambi ha più volte puntato sulla demolizione dei sostenitori  altrui. Demolizione morale, soprattutto.  «Ehi guarda, questo è il tuo candidato. Puoi votare uno così? No, stai a casa quel giorno!», questo è il meta messaggio che ha dominato negli ultimi mesi. Un processo osmotico che ha avuto il suo apice negli insulti che la candidata democratica ha riservato agli elettori di Trump: «la metà dei suoi è un branco di razzisti xenofobi e sessisti. Dei miserabili», ha detto in un momento di «particolare stress». Per poi correre ai ripari e scusarsi.

Urne Usa sempre più deserte?
E dato che nelle campagne elettorali ogni singola parola pronunciata è calibrata al millimetro, viene da supporre che il pensiero di chi scrive i discorsi della Clinton sia esattamente quello: insultare l’elettorato avversario, facendolo apparire sciocco e bestiale. Dal canto suo, Trump ha recentemente sostenuto che potrebbe non riconoscere la vittoria della Clinton. Altra benzina sul fuoco, peraltro senza precedenti. I rischi correlati a questa scelta sono pesanti. Assottigliare ancor più la già misera platea di votanti, circa il 30% della popolazione, e rendere la politica una spettacolo da televisione spazzatura, quelle che in cui si vedono le persone menarsi o insultarsi. Qualcosa in cui non immedesimarsi, da stare lontano.

Delega in bianco al mercato
La delega quindi non può più essere data a chi appartiene a organizzazioni politiche, per manifesta incapacità. La delega va dato alla mano invisibile del mercato, che regola il buon vivere degli statunitensi. E’ questo quanto ci si aspetta, e spera? Probabilmente sì, anche perché questo punto dove siamo giunti è solo il passo finale di un lungo percorso. L’abisso dove si sono spinti i due candidati diviene, insulto dopo insulto, sempre più modello pedagogico: distruttivo. E’ la società post-ideologica che si scopre a-ideologica. Se i contendenti hanno un messaggio così labile da risultare molesti,  e folli, perché delegare loro?