19 settembre 2019
Aggiornato 02:00
Fondo del padre del premier cliente di studio Mossack Fonseca

Panama Papers, David Cameron sotto attacco

Il premier David Cameron affronta crescenti pressioni per evitare che i territori britannici e le dipendenze della Corona vengano usate dei ricchi delle terra per pagare meno tasse

LONDRA - Il premier David Cameron affronta crescenti pressioni per evitare che i territori britannici e le dipendenze della Corona vengano usate dei ricchi delle terra per pagare meno tasse. Un'enorme fuga di dati dallo studio legale panamense Mossack Fonseca mostra che lo studio ha registrato oltre 100mila società schermo nelle Isole vergini britanniche. Il leader del partito laburista Jeremy Corbyn ha detto che il governo deve «smettere di tentennare sui paradisi fiscali». Downing Street ha risposto che Londra "è in testa al gruppo" in tema di trasparenza fiscale.Ma a imbarazzare il premier c'è anche il coinvolgimento personale nello scandalo.

Gli illeciti emersi
Undici milioni di documenti mostrano che i clienti di Mossack Fonseca hanno riciclato denaro sporco, evitato sanzioni e ispettori del fisco, anche se lo studio legale sostiene di aver operato per quarant'anni nel pieno rispetto della legge. Nei documenti ci sono collegamenti a 12 capi di Stato e di governo in carica o ex, tra cui dittatori che hanno saccheggiato le ricchezze dei loro Paesi. E c'è anche il defunto padre di Cameron, Ian, che utilizzò le azioni al portatore, strumenti che garantiscono la massima riservatezza, per gestire un fondo per i suoi clienti. Un fondo nel quale, secondo fonti di Downing Street, il premier non avrebbe investito.

Il ruolo di Ian Cameron
Ian Cameron fu tra i fondatori e uno dei cinque amministratori del fondo con sede nelle Bahamas dagli anni Ottanta a poco prima della sua morte nel 2010. Il Blairmore Holdings Inc, dal nome dell residenza avita dei Cameron in Scozia, ingaggiava ogni anno 50 residenti nelle Bahamas per firmare le carte ed evitare di pagare le tasse in Gran Bretagna. «In 30 anni, Blairmore non ha mai pagato un penny di tasse in Gran Bretagna» ha scritto il Guardian. Il fondo usava anche i titoli al portatore, che garantiscono l'anonimato dei proprietari. Non c'è indicazione che la società abbia agito illecitamente o che la famiglia non abbia pagato le tasse. Ma le rivelazioni mettono in difficoltà una Cameron che a maggio presiederà a Londra in vertice dedicato alla lotta all'evasione fiscale. 

La lotta ai paradisi fiscali
In un'iniziativa pubblica Corbyn ha detto «e' tempo di usare il pugno di ferro sui paradisi fiscali, il governo ha un'enorme responsabilità. Molti di quei paradisi sono territori e dipendenze della Corona». I paradisi fiscali «sono diventati i vasi di miele della corruzione internazionale e dell'evasione». «Sottraggono entrate fiscali al nostro Paese e a molti altri, alimentando la disuguaglianza. Non ci possono essere norme fiscali per l'élite e norme per il resto di noi». L'agenzia delle entrate su Sua Maestà ha detto che le informazioni ricevute sulle società offshore saranno oggetto di «intense indagini» e di un'azione «rapida e adeguata».

Che fine ha fatto l'impero britannico
Geoffrey Robertson, avvocato internazionale per i diritti umani, ha detto alla Bbc che l'«impero britannico si è ridotto a una seria di paradisi fiscali, le isole del tesoro, come sono note». La Gran Bretagna «è al cuore di una rete di internazionale di evasione fiscale perchè consente a questi rimasugli di impero di avere leggi sulla segretezza fiscale e a società e a trust offshore di operare senza trasparenza». L'avvocato chiede «una qualche forma di convenzione internazionale» sulla trasparenza. Per tre anni il governo di Londra impose un governo diretto sulle isole Turks and Caicos quando emerse una vasta rete di corruzione nel governo locale. L'autogoverno fu ripristinato solo dopo che nel 2012 furono adottate norme per condividere le informazioni fiscali.

(Con fonte Askanews)