15 ottobre 2019
Aggiornato 20:30
Dagli inquirenti notizie confuse

Attentato Bangkok, scartata la pista internazionale

La Thailandia ha affermato oggi che gli inquirenti che indagano sull'attentato al tempio induista di Erawan non puntano su una pista internazionale

BANGKOK (askanews) - La Thailandia ha affermato oggi che gli inquirenti che indagano sull'attentato al tempio induista di Erawan - 20 morti, 67 feriti di cui 12 in condizioni critiche - non puntano su una pista internazionale. Ciononostante hanno chiesto l'aiuto dell'Interpol nella caccia al sospettato di cui è stato diffuso l'identikit, perché c'è il rischio che possa essere fuggito all'estero.

Esclusa pista internazionale
L'obiettivo - un sito d'interesse turistico frequentato molto da stranieri - aveva fatto pensare immediatamente a una pista internazionale. Ad aumentare l'incertezza, il fatto che l'attentato non sia stato rivendicato da nessuno. La polizia tailandese ha ammesso oggi di non sapere ancora se l'uomo che apparentemente avrebbe collocato la bomba sia straniero o no e a quale gruppo potrebbe essere affiliato. «Cercheremo l'aiuto dell'Interpol oggi», ha detto il maggior generale Apichart Suriboony.

Profilo dettagliato dei responsabili
Il capo della polizia reale tailandese Somyot Poompanmoung ha fornito un profilo più dettagliato della squadra che avrebbe lavorato all'attentato. Si tratterebbe di 10 persone che per un mese hanno programmato il colpo. Informazioni, insomma, contraddittorie che si susseguono da giorni. Il colonnello Winthai Suvaree, un portavoce della giunta militare, ha detto in un aggiornamento televisivo che «è improbabile che sia un lavoro fatto da un gruppo terrorista internazionale». E ha aggiunto: "I cinesi non erano un diretto obiettivo». Una smentita rispetto ai informazioni precedenti che avevano fatto decollare tra i media l'ipotesi che l'attentato fosse opera di separatisti uiguri in lotta contro la Cina.

Situazione confusa
La situazione a Bangkok è evidentemente confusa. Le autorità pubbliche contribuiscono ad alimentare questa confusione. Il primo ministro Prayut Chan-O-Cha, per esempio, ha annunciato che non parteciperà ai funerali di stato per le vittime domani, perché ci sono minacce contro la sua vita. «Io non andrò perché ci sono allarmi sulla mia sicurezza. Non ho paura di morire, ma ho paura che altri possano morire con me perché il mio rischio aumenta giorno per giorno», ha detto.

Instabilità politica
Prayut è un ex capo di stato maggiore dell'esercito che ha gestito il paese come capo delal giunta militare, dopo il colpo di stato contro il governo democraticamente eletto di Yingluk Shinawatra, a maggio dello scorso anno. La Thailandia sta vivendo un decennio d'instabilità politica e di veleni. La lotta di potere tra il clan Shinawatra, con in prima fila l'ex primo ministro Thaksin Shinawatra oggi in esilio, e un'élite legata al re e sostenuta dai militari ha prodotto spesso prolungate violenze per le strade di Bangkok, ma mai si è arrivato a un attentato della portata di quello di lunedì e mai si è toccato i turisti, vero tesoro dell'economia tailandese. Al momento, rispetto a quell'attentato, c'è di certo solo un identikit. L'uomo è stato descritto come uno straniero alto, con la pelle chiara. Si è ipotizzato che sia un musulmano dell'Asia meridionale, o dell'Asia centrale, o del Medio Oriente. Di fatto, non se ne sa nulla, a partire da dove sia andato a finire.