13 luglio 2020
Aggiornato 22:00
Testimonianza dal carcere

Panahi: non mangio né bevo da domenica mattina

Il regista iraniano: «Mi hanno maltrattato e minacciato, ecco le mie ultime volontà»

TEHERAN - La notizia era rimbalzata da Cannes, dove ieri Juliette Binoche non aveva saputo trattenere le lacrime: Jafar Panahi, regista iraniano arrestato lo scorso marzo per il suo sostegno al movimento riformista, è da ormai quattro giorni in sciopero della fame. La conferma è arrivata con un messaggio dello stesso Panahi, pubblicato con il consenso dei suoi familiari su «La Regle du jeu», rivista diretta dal filosofo e giornalista francese Bernard-Henri Levy.

«Con la presente dichiaro i maltrattamenti subiti nella prigione di Evin», ha scritto Panahi, «sabato 15 maggio 2010 le guardie della prigione sono entrate all'improvviso nella nostra cella n.56. Hanno portato via me e i miei compagni di cella, ci hanno spogliati e tenuti al freddo per un'ora e mezzo».

Panahi prosegue la sua denuncia: «Domenica mattina mi hanno portato nella sala di interrogatorio e mi hanno accusato di aver filmato la mia cella, cosa completamente falsa. In seguito, hanno minacciato di imprigionare la mia famiglia a Evin e di maltrattare mia figlia in una prigione senza sicurezza nella città di Rejayi Shahr».

Poi, il racconto dello sciopero della fame: «Non ho mangiato né bevuto nulla da domenica mattina, e dichiaro che se le mie volontà non saranno rispettate, continuerò senza bere né mangiare. Non voglio essere un topo da laboratorio, vittima dei loro giochi insani, minacciato e torturato psicologicamente». Il regista iraniano chiede di poter «contattare e vedere la mia famiglia, e l'assicurazione totale della loro sicurezza», il «diritto di avere un avvocato, dopo 77 giorni di carcere», una «libertà incondizionata fino al giorno del mio giudizio e del verdetto finale».

Infine, Panahi giura sul cinema «a cui credo», che «non smetterò il mio sciopero finché le mie volontà non saranno esaudite», e dichiara la sua ultima volontà: «Che le mie spoglie siano rese alla mia famiglia e che essa possa seppellirmi dove desidera».