12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
La prima legge del genere votata nell'UE

Belgio, vietato il burqa nei luoghi pubblici

La Camera dei deputati approva la legge all'unanimità. Si rischiano fino a 7 giorni di carcere

BRUXELLES - La Camera dei deputati belga, riunita ieri pomeriggio in plenaria a Bruxelles, ha approvato la legge che vieta il velo islamico integrale (burqa o niqab) in tutti i luoghi pubblici, comprese le strade. E' la prima legge del genere ad essere votata nell'Ue.

L'approvazione della Camera è stata unanime, con sole due astensioni. Il testo non parla esplicitamente dl burqa o del niqab, ma prevede che le persone che «si presenteranno nei luoghi pubblici con il volto mascherato o travisato, completamente o in parte, da un vestito, in modo che non siano più identificabili» saranno punite con una multa e/o da uno a sette giorni di prigione. Delle eccezioni sono tuttavia previste per gli eventi festivi come il carnevale, a condizione che vi sia un'autorizzazione delle autorità municipali.
Anche il Senato dovrà pronunciarsi ora sulla legge prima dello scioglimento delle Camere, in vista delle elezioni politiche, che sembrano ormai inevitabili, di metà giugno

Bertolini: «Accelerare l'iter in Italia» - «Dal Belgio, primo Paese occidentale a vietare il Burqa per legge, arriva un segnale importante. Il divieto di indossare il velo integrale islamico viene motivato non solo per questioni di sicurezza e di ordine pubblico, ma anche perché simbolo di segregazione delle donne, totalmente incompatibile con i diritti di libertà, di uguaglianza e di pari dignità, condivisi da tutti i Paesi democratici».
Lo ha affermato Isabella Bertolini, deputato del Pdl, che ha commentato il provvedimento assunto dai belgi: «Dopo il Belgio e la Francia, che si appresta a varare un analogo provvedimento, auspico che anche il Parlamento italiano acceleri l’iter di approvazione della legge in discussione ormai da molto tempo. Vietare l’utilizzo del burqa in luoghi pubblici e’ un atto di civiltà ed un passo importante per aiutare tutte quelle donne islamiche, che vivono in Italia, ma che sono costrette a subire prevaricazioni, in nome di un mal concepito rispetto di precetti incompatibili con il nostro ordinamento costituzionale».