1 giugno 2020
Aggiornato 11:30
Esteri. Afghanistan

Afghanistan, interprete ucciso, per fratello blitz sconsiderato

Il giornalista del Nyt si è invece salvato

KABUL - Il fratello del giornalista afgano ucciso durante il blitz dei reparti d'assalto britannici per liberare il giornalista del New York Times sequestrato dai talebani ha denunciato un'operazione «sconsiderata» e ha ritenuto che la morte di suo fratello fosse evitabile.

Sultan Munadi è stato ucciso mercoledì nell'operazione lanciata per liberare il suo collega Stephen Farrell, reporter britannico che è riuscito a cavarsela. Il corpo crivellato di proiettili di Munadi è stato abbandonato dai soldati e la sua famiglia è dovuta andare a cercarlo nella campagna della pericolosa provincia di Kunduz, per riportarlo a Kabul e seppellirlo. Anche un soldato britannico, una donna e un bambino afgani sono rimasti uccisi in questa controversa operazione. «Non c'era assolutamente alcuna ragione di condurre questa operazione», ha dichiarato Mohammad Osman, fratello del giornalista ucciso, «Il Comitato internazionale della Croce Rossa, le Nazioni Unite, tutti i leader tribali tutti erano coinvolti in negoziati che sembravano sulla buona strada per farli liberare, quando all'improvviso c'è stata questa operazione».

«Questo blitz era completamente sconsigliabile e ha avuto per risultato la morte di Sultan», ha aggiunto distrutto dal dolore, «Non posso rimproverare una persona in particolare per questo, tutti hanno colpe: il governo, New York Times, i talebani anche se alla fine la responsabilità più grande per la sua morte ricade sui soldati britannici che hanno lanciato questa operazione inutile».

Stephen Farrell, 46 anni, e Sultan Munadi, 34 anni, erano stati catturati dai talebani sabato mentre effettuavano interviste ai residenti della provincia di Kunduz a proposito di di un raid aereo della Nato che, secondo le autorità afgane, ha ucciso decine di persone fra cui civili. Secondo gli organi di informazione afgani, gli abitanti avevano avvertito Farrell e Munadi che sarebbe stato meglio se se ne fossero andati, vista la presenza di talebani nel settore.

Mentre Farrell ha una lunga esperienza di lavoro in zone di conflitto, Munadi aveva appena trascorso più di un anno in Germania per studiare. Era tornato a Kabul per l'estate, per vedere la sua famiglia, la moglie e i due figli. «Il New York Times è responsabile perché (...) inviano i loro dipendenti in zone pericolose e certamente questa non è la prima volta», ha ritenuto Mohammad Osman. Un altro giornalista di New York Times, David Rhode, era stato già rapito in Afghanistan l'anno scorso. Era rimasto ostaggio alcuni mesi prima di scappare a giugno.

Sostieni DiariodelWeb.it

Caro lettore, se apprezzi il nostro lavoro e se ci segui tutti i giorni, ti chiediamo un piccolo contributo per supportarci in questo momento straordinario. Grazie!

PayPal