27 maggio 2024
Aggiornato 05:00

Guantanamo: dilemma Obama su ordine di detenzione indefinita

Fonti amministrazione: «Unico modo per chiudere la base in tempo»

WASHINGTON - Dopo aver suscitato le speranze dell'America e del mondo intero di una chiusura rapida del centro di detenzione di Guantanamo e di un cambio radicale di approccio nella lotta contro i terroristi islamici, il presidente Barack Obama si trova di fronte a un grave dilemma: se fare uso o meno di un «executive order« presidenziale per mantenere indefinitamente in carcere i prigionieri sospetti per i quali non sembrano esserci alternative percorribili.

La rivelazione - che ha subito provocato la reazione indignata di associazioni e gruppi per la difesa dei diritti civili - è stata fatta del gruppo di giornalismo investigativo ProPublica insieme al Washington Post. Anche se il portavoce della Casa Bianca Ben LaBolt non ha confermato la notizia, sostenendo che nessuna decisione è stata presa finora, diverse fonti interne all'amministrazione hanno rivelato al giornale e all'Associated Press che un piano per un executive order è allo studio proprio per evitare che un negoziato fra Obama e il Congresso su un nuovo sistema di detenzione finisca col bloccare i piani di chiusura della prigione a Cuba entro il 21 gennaio, come promesso dal presidente.

Il problema sorge dal fatto che, su 229 detenuti a Guantanamo, 11 dovrebbero essere giudicati da tribunali militari, almeno uno è già stato trasferito negli Stati Uniti per essere processato da una corte federale e altri tre potrebbero essere soggetti a processi federali per l'attentato dell'11 settembre 2001 alle torri gemelle di New York. L'amministrazione sta cercando di trasferire in Arabia Saudita 70-100 detenuti yemeniti affinché partecipino a programmi di riabilitazione in quel paese. Se forse altri 50 detenuti potrebbero essere trasferiti a paesi alleati o liberati - come ammesso dal ministro della Giustizia Eric Holder - resta pur sempre un numero variabile fra 70 e 100 prigionieri.

Una task force del Pentagono sta riesaminandoli ad uno ad uno, ma i dubbi restano: non potrebbero essere processati perché le prove usate contro di loro erano segrete oppure ottenute con metodi di tortura, e tuttavia si ritiene che siano troppo pericolosi per essere lasciati liberi. Inoltre, i paesi alleati degli Usa sembrano riluttanti ad accogliere ex prigionieri, e anche quelli che si sono offerti, come l'Italia, lo hanno fatto per numeri limitati (l'Italia per tre).