7 giugno 2020
Aggiornato 01:30

Obama: «Chiudere Guantanamo ma mostrarsi inflessibli»

Un appassionato discorso con stridenti contraddizioni

WASHINGTON - Il carcere di Guantanamo va chiuso per tutelare la rispettabilità degli Stati Uniti. Ma inviando questo messaggio, ieri, il presidente americano Barack Obama ha dovuto ammettere che la chiusura presenta dei problemi tecnici. Problemi che in verità non è riuscito a sbrogliare, nonostante una perorazione accesa,col tono di un commander-in-chief sicuro di riuscire a portare il suo paese fuori dalle sabbie mobili etiche dell'era Bush.

240 DETENUTI - Guantanamo - il carcere dove si trovano ancora 240 detenuti, e da cui altri 550 sono stati rilasciati dopo anni senza processi, senza incriminazioni, a volte senza avvocati - continua a spaccare il paese e cingere d'assedio Obama. Mercoledì il Senato (a maggioranza democratica) ha bocciato la richiesta di finanziamenti per chiudere la base sull'isola di Cuba. Un giudice ha dichiarato che non ci sono problemi a detenere indefinitamente i presunti terroristi. Ma gli attivisti dei diritti civili sono andati alla Casa Bianca a ribadire che la carcerazione 'preventiva illimitata' viola ogni principio umanitario...

Obama ha dunque deciso di tenere un discorso appassionato ad alto contenuto di retorica oggi nel palazzo degli Archivi Nazionali. In una prima fase, ha sostenuto che i valori iscritti nella Costituzione sono cruciali nell'identità americana e che l'esistenza di Guantanamo «ha sfibrato lo status morale dell'America nel mondo». Ha ribadito di essere «in totale disaccordo» con chi approvò i metodi brutali d'interrogatorio della Cia. E ha condannato l'intera gestione di Guantanamo da parte dell'amministrazione Bush, poiché il grosso dei prigionieri rilasciati fu scarcerato sotto il passato governo. Se è vero che alcuni sono tornati all'estremismo (lo sostiene un rapporto del Pentagono), è perché il governo Bush non seppe valutarli bene.

Invece l'amministrazione Obama - e qui il discorso è passato a promettere e garantire - sta rivedendo «caso per caso» la situazione dei 240 ancora detenuti. Ma il presidente sottolinea, «Non rilasceremo nessuno che metta in pericolo la sicurezza nazionale; non rilasceremo su territorio statunitense nessuno che costituisca un rischio».

Come distinguere allora i detenuti e cosa farne? Alcuni sono già in via di scarcerazione. Altri saranno trasferiti all'estero. Per altri si istruiscono dei processi, e Obama promette che i tribunali speciali militari d'ora in poi saranno diversi dalle «commissione militari» di Bush, saranno riportati «nel quadro dello Stato di diritto».

INTRATTABILI - Ma poi ci sono gli intrattabili. Con tutta la sua retorica, Obama non ha fornito chiare indicazioni nè su chi siano questi 'casi delicati', nè su cosa farne. E' vero, ha parlato della possibilità di trasferimento in carceri di massima sicurezza su suolo Usa (come la prigione «Supermax» nel Colorado).

Il presidente ha dovuto ammettere «il problema più grave»: a suo dire per certi detenuti è impossibile la scarcerazione ed è anche impossibile istruire un processo. Perché, non si sa; Obama ha solo detto «per esempio, nel caso in cui le prove siano inquinate» (o perché potrebbero tirar fuori rivelazioni scomode?). E ha lasciato intravedere la possibilità per queste persone di una detenzione a tempo indeterminato senza processo.

Ma ciò significa di fatto approvare gli stessi criteri che usò l'amministrazione Bush per creare Guantanamo. Significa abolire l'«habeas corpus», il principio fondante del diritto anglosassone: nessuno può essere fisicamente trattenuto senza essere giudicato. L'abilità retorica di Obama non è riuscita a saldare questo anello spezzato nella catena del suo ragionamento e la contraddizione è stridente.

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