19 agosto 2019
Aggiornato 18:00
Le vendite dei robot industriali si sono impennate del 27%

L'affare del secolo è la robotica

Le vendite dei robot industriali si sono impennate del 27% rispetto a quelle dell'anno scorso, nonostante la crisi economica che l'Europa sta ancora attraversando. La richiesta maggiore arriva dall'Asia, ma anche l'Occidente si muove a passo celere verso i molteplici impieghi della robotica. Si tratta di un dato rilevante che non può essere ignorato, ma nessuno – o quasi – ne parla.

ROMA - Le vendite dei robot industriali si sono impennate del 27% rispetto a quelle dell'anno scorso, nonostante la crisi economica che l'Europa sta ancora attraversando. La richiesta maggiore arriva dall'Asia, ma anche l'Occidente si muove a passo celere verso i molteplici impieghi della robotica. Si tratta di un dato rilevante che non può essere ignorato, ma nessuno – o quasi – ne parla.

RADDOPPIA L'IMPIEGO DEI ROBOT NELL'INDUSTRIA - Si prevede che nel 2017 la nuova «fabbrica del mondo» dipenderà sempre più dall'impiego dei robot: le 200mila unità oggi in funzione raddoppieranno nel giro di 12 mesi, e il fenomeno tenderà ad estendersi a macchia d'olio in tutto il globo. La domanda globale di robot industriali ha toccato nel 2014 le 225.000 unità, di gran lunga il più alto livello mai registrato in un anno, ma i numeri sono destinati a crescere molto rapidamente e il passo è ormai segnato. Ad oggi la Cina, nonostante il suo alto livello di produttività nazionale, ha ancora una bassa intensità dell'uso della robotica nelle sue industrie: solo 30 robot ogni 10mila operai. Ma ha ordinativi, per i prossimi due anni, tali da raddoppiare questa cifra. Subito dopo Pechino, la corsa al robot vede ai primi posti la Corea del Sud, il Giappone, gli Stati Uniti e la Germania. In Italia la vendita ha avuto un incremento del 7% nel 2013 rispetto all'anno precedente, e anche le stime per il 2014 sembrano confermare il trend.

PIU' COMPUTER, MENO LAVORO - L'aumento dell'utilizzo dei robot nell'industria ha dei vantaggi indiscutibili in termini di produttività, poiché lo sviluppo delle economie di scala tende a ridurre i costi di produzione. Ma la crescente robotizzazione dell'industria, però, pone anche degli interrogativi inderogabili. Innanzitutto emergono crescenti problemi di sostenibilità sociale ed ambientale. Il timore che la ricchezza possa concentrarsi solo nelle mani di chi è in grado di gestire e controllare gli sviluppi della robotica è concreto e rilevante, tanto quanto la preoccupazione di un aumento della disoccupazione dinnanzi agli stravolgimenti previsti nel futuro del mercato del lavoro. Nel giro di una ventina d'anni, infatti, il 47% degli attuali posti di lavoro sarà potenzialmente automatizzabile, e i computer tenderanno a sostituire soprattutto i lavori meno specializzati e a più basso salario, facendo perfino scomparire alcuni mestieri.  

DI ROBOTICA SI DEVE PARLARE - Un dato estremamente rilevante è già sotto gli occhi di tutti: prima, il difetto della maggior parte dei robot riguardava l'apprendimento. Le macchine imparano per errori e tentativi, e sebbene siano molto brave a fare delle operazioni difficilissime per la mente umana (come i calcoli matematici), non sono altrettanto capaci di compiere azioni per noi banali. Un robot che gioca a scacchi può battere il campione del mondo, ma non ha le capacità sensitive e motorie di un bambino di un anno. In particolare, ha (aveva) grandi difficoltà nello Slam (simultaneous localization and mapping): cioè la capacità di muoversi all'interno di uno spazio sconosciuto. Ora, però, grazie a quella che gli scienziati chiamano la legge di Moore, questi limiti possono essere superati più rapidamente e i robot diventeranno sempre più bravi a svolgere tutte le nostre azioni quotidiane e i nostri lavori. Ci sarà bisogno, perciò, di una buona regolamentazione e un occhio attento ai problemi della redistribuzione sociale delle risorse. Nel frattempo, è opportuno che del futuro della robotica (e quindi anche del nostro) se ne parli con coscienza e consapevolezza, tenendo viva l'attenzione sulle trasformazioni già in itinere. Soprattutto perché in molti paesi, tra cui l'Italia, un serio dibattito in materia non è ancora iniziato.