21 gennaio 2021
Aggiornato 00:00
Operazione della GdF di Vicenza

Scoperta evasione da 100 milioni di euro: 800 lavoratori in nero

La Guardia di Finanza «pizzica» una nota impresa conciaria della Valle Chiampo. In totale 1.850 posizioni irregolari per le varie annualità imposta

VICENZA - La guardia di finanza di Vicenza ha scoperto una colossale evasione fiscale internazionale per oltre 100 milioni di euro. Le fiamme gialle hanno «incastrato» uno dei principali gruppi imprenditoriali conciari della Valle del Chiampo, e i numeri sono da capogiro: oltre 106 milioni di euro i redditi occultati dalle società di capitali, 800 lavoratori dipendenti irregolari individuati, pagati in nero, 9 milioni di euro di retribuzione fantasma ogni anno, tonnellate di pellame venduto in nero. E non solo, le fiamme gialle hanno anche scoperto l'esistenza di patrimoni detenuti all'estero non dichiarati, con violazioni alla disciplina sul «monitoraggio fiscale» per oltre 1,3 miliardi di euro.
La guardia di finanza di Vicenza ha così concluso un'articolata indagine contro l'evasione internazionale e la detenzione occulta di capitali all'estero nei confronti di uno dei principali gruppi imprenditoriali conciari della Valle del Chiampo.

SeSecondo le indagini delle fiamme gialle i responsabili della colossale evasione da 106 milioni di euro - spiega la Gdf di Vicenza in una nota - sono due fratelli, fondatori del gruppo conciario, uno dei principali della Valle del Chiampo, ritenuti «amministratori e proprietari di fatto di una galassia societaria sottostante all'impresa italiana,e formalmente costituita all'estero, per beneficiare indebitamente a danno dell'erario italiano di legislazioni fiscali più favorevoli».

I due fratelli, infatti, avevano costruito, nel tempo, un castello di società, con sede a Lussemburgo, per «spossessarsi formalmente», della proprietà del gruppo. E per essere ancora più blindati - spiega la Gdf - i due imprenditori hanno segregato i loro interessi economici all'interno di due trust, appositamente costituiti nel paradiso fiscale dell'Isola di Man. Trust, che lungi dallo sviluppare una gestione autonoma, sono invece rimasti sempre sotto il rigido controllo dei due italiani, e proprio attraverso i trust mantenevano saldamente l'esclusiva gestione dell'intero impero economico fondato sull'impresa conciaria.
Inoltre le quattro società di capitali con sede a Lussemburgo interposte, sono risultate anch'esse amministrate in Italia, usate per la «pianificazione fiscale» dei due fratelli imprenditori.

L'intera struttura formalmente costituita all'estero - sottolinea la Gdf - era quindi in realtà gestita in toto in Italia e questa è stata la chiave o meglio il grimaldello attraverso cui da un lato, le società artificiosamente ubicate a Lussemburgo sono state ricondotte a tassazione nel territorio italiano e considerate «evasori totali»; dall'altro, i due fratelli imprenditori sono risultati i detentori di un rilevante patrimonio, costituito dalle partecipazioni di controllo (solo) formalmente segregate nei trust esteri, e per questo avrebbero dovuto essere inserite nelle loro dichiarazioni fiscali.

Attraverso questa articolata ricostruzione, i finanzieri hanno fatto così emergere un'evasione complessiva di oltre 106 milioni di euro, redditi nascosti e dirottati tra Lussemburgo e l'isola di Man, mai inseriti nelle dichiarazioni dei due imprenditori conciari. Un occultamento - sottolineano i finanzieri - reiterato per tutte le annualità sottoposte a verifica, per cui in totale sono state constatate violazioni alla disciplina sul «monitoraggio fiscale» per oltre 1,3 miliardi di euro.

L'indagine, condotta dal Nucleo di polizia tributaria di Vicenza sotto il coordinamento del Sostituto Procuratore della Repubblica di Vicenza Marco Peraro, nasce da un'indagine dello stesso reparto su un episodio di corruzione per il quale sono indagati uno dei due fratelli, vice-presidente del cda, e il direttore finanziario del gruppo conciario. Nel 2008 i due indagati - spiegano i finanzieri - avrebbero consegnato, tramite un commercialista di fiducia, a dirigenti e funzionari dell'Agenzia delle Entrate, la somma, complessiva di 300mila euro in contanti, per ridimensionare l'accertamento conseguente ad una verifica della gdf di Venezia.
Mentre, sempre durante le indagini, a carico di un'altra impresa del gruppo sarebbe sputata una tangente, risalente - spiegano i finanziari - al 2006, 60mila euro che sarebbero state consegnate per interrompere anzitempo un'ispezione dell'Agenzia delle entrate.
Nel corso delle indagini, inoltre le fiamme gialle vicentine hanno scoperto un impressionante giro di lavoratori in nero, impiegati nell'impresa conciaria italiana: ritenute non operate e non versate a fronte di sistematiche e ingenti pagamenti «fuori busta» alla manodopera, per un importo complessivo di circa 9 milioni di euro. Sono stati individuati in questo modo circa 800 lavoratori irregolarmente retribuiti all'anno, segnalati anch'essi per recuperare la relativo Irpef.
Questa certosina ricostruzione delle fiamme gialle, ha «indotto la società verificata alla sostanziale ammissione delle proprie responsabilità», accelerando e semplificando così l'iter che ha portato ad irrogare sanzioni amministrative pecuniarie per l'importo complessivo di oltre 3,6 milioni di euro, in ragione delle circa 1.850 posizioni lavorative irregolari individuate (considerando le varie annualità d'imposta). E ancor prima la società ispezionata ha versato spontaneamente all'Inps 800mila euro, a titolo di ritenute previdenziali non operate e non versate per i dipendenti in nero.

Ma il labirinto fiscale non finisce qui: la gdf ha scoperto che l'impresa conta vendite non fatturate per oltre 10 milioni di euro, per garantirsi le provviste «fuori bilancio», usate anche per pagare in nero i dipendenti. La minuziosa analisi della contabilità industriale della società, gestita in remoto attraverso una rete informatica ubicata vicino Milano, ha infatti consentito di individuare tonnellate di pellame che, nei passaggi di carico tra i vari reparti di lavorazione della conceria, risultavano «sparire» dalla contabilità ufficiale per essere, poi vendute «in nero» a clienti compiacenti, a loro volta operanti nell'economia sommersa, realizzando un'evasione Iva pari ad oltre 2 milioni di euro. Oltre alle violazioni amministrative di natura fiscale, all'esito dell'indagine i due fratelli imprenditori sono stati denunciati per i reati di dichiarazione infedele di omessa dichiarazione, in riferimento alla falsa sede in Lussemburgo delle quattro società interposte nella catena di controllo, risultate «evasori totali».