20 ottobre 2021
Aggiornato 16:30
Sicilia

Cisl a Governo e Regione: due settimane per bloccare l'emorragia dei grandi gruppi industriali in fuga

«Lavoratori e imprese hanno in comune un interesse: che migliori la produttività affinché si alzino i redditi e il benessere sociale»

PALERMO - Due settimane, per bloccare l'emorragia dei grandi gruppi industriali in fuga dalla Sicilia. E «affinché si inverta la marcia e tornino al centro della politica, anche grazie a un patto tra forze sociali e istituzioni, impresa, investimenti, occupazione». A chiederlo è la Cisl, «anche perché - con le parole di Raffaele Bonanni, leader nazionale - lavoratori e imprese hanno in comune un interesse: che migliori la produttività affinché si alzino i redditi e il benessere sociale». È per questo che in Sicilia, dichiara Maurizio Bernava, segretario regionale, «va rapidamente imboccata la strada di una riprogrammazione condivisa per pochi obiettivi strategici», dei fondi Ue e Fas e delle risorse regionali e nazionali.

La Cisl oggi a Palermo, nella sala Gialla di Palazzo dei Normanni, ha dedicato un forum al tema de «I grandi gruppi industriali e la Sicilia, un rapporto in crisi». Vi hanno preso parte tre assessori del governo Lombardo, Gaetano Armao (Economia), Marco Venturi (Attività produttive) e Andrea Piraino (Politiche sociali); Ivan Lo Bello, presidente regionale di Confindustria e i vertici della Fim, la federazione dei metalmeccanici: Salvatore Picciurro, segretario regionale e Marco Bentivogli, della segreteria nazionale. Nell'Isola «ben il 27,5% dei siciliani - denuncia il sindacato - non ha neppure i soldi per pagarsi il riscaldamento». E quanto alle imprese, il carico dei tributi nazionali e locali e di quelli sociali, ammonta nel paese al 68,6% contro una media Ue del 44,2%. «Per le aziende siciliane - sostiene la Cisl - è, oggettivamente, un freno agli sforzi di crescita che impattano pure contro il deficit di infrastrutture». Pertanto, insiste il sindacato, «politica e governo della Regione abbandonino intrighi di potere e risse quotidiane e diano corpo, entro due settimane, «prima del via a bilancio e manovra finanziaria», a scelte in grado di fronteggiare la crisi dell'economia. La recessione in corso, infatti, ha visto la regione perdere, nel primo semestre di quest'anno, l'8,4% di occupazione nell'industria. Dunque, «vanno create occasioni di lavoro», ripete la Cisl. Che fa sapere d'essere pronta, «in assenza di una svolta», anche a «forme clamorose di protesta». Nel corso della mattinata, Cisl e Fim hanno passato in rassegna la situazione della quindicina di grandi gruppi che negli ultimi anni ha scelto la «politica della smobilitazione»: da Fiat a Stm a Eni a Finmeccanica ai Cantieri Navali di Palermo (Cni) e del Messinese (Rodriguez). Ancora, a Sirti e Sielte, due grandi brand del settore delle installazioni telefoniche che hanno, anch'essi, ridimensionato le proprie attività. «Chiediamo che il cuore del patto che proponiamo, sia la selezione, ad opera del governo regionale, di aree di sviluppo da mettere a disposizione di validi piani d'impresa», propongono Fim e Cisl. Queste aree dovrebbero essere a burocrazia zero; giovarsi di una fiscalità compensativa o di vantaggio; avvalersi del «credito d'imposta che vorremmo selettivo e non generalizzato come sembra invece voglia fare il governo della Regione». Ancora, godere di condizioni di legalità e sicurezza, di infrastrutture materiali e immateriali, del cablaggio e di energia a basso costo. E anche di un rapporto organizzato con il mondo della ricerca e l'università. «Noi - dichiara Bernava - siamo pronti, se necessario, a offrire flessibilità negoziata in cambio di sviluppo e occupazione duratura».

Per Bonanni, «è tempo di operare una cesura, serve discontinuità». Negli ultimi dieci anni, infatti, «i redditi dei lavoratori dell'industria sono decresciuti di sette punti per unità di prodotto mentre il costo unitario per prodotto è aumentato del 20%». È per questo che «una nuova politica industriale è interesse comune, di imprese e lavoratori». Il fatto è, secondo Lo Bello, che «c'è una sottovalutazione, nel mondo politico siciliano, del ruolo dell'impresa. E anche della grande impresa». Ma nel decennio 2000-2010, ben il 90% degli investimenti fissi, in Sicilia, è stato fatto da grandi gruppi. Senza questi investimenti, il Pil della regione sarebbe fermo al dato del 1991. Il problema, rimarca, è politico ma anche di una «antropologia burocratica che blocca tutto». Il numero uno degli imprenditori siciliani ha chiesto a Lombardo, inoltre, che si sblocchi la questione del rigassificatore di Priolo, perché il freno tirato dall'attuale assessore alle Infrastrutture, Pier Carmelo Russo, «appare pretestuoso». «La posizione del governo regionale - ha rilevato Armao - non è di preclusione ma di ossequio al principio dello sviluppo nella compatibilità ambientale». L'assessore all'Economia ha annunciato che arriverà a Sala d'Ercole nei prossimi giorni, assieme alla Finanziaria, la nuova normativa sulla trasparenza e semplificazione amministrativa. In Sicilia, «le norme sulla trasparenza attualmente in vigore, risalgono al 1991». Un tavolo attorno a cui riunire sindacati, imprese e istituzioni è, per Venturi, «la soluzione del problema» in un'Isola in cui l'85% delle imprese ha meno di 15 dipendenti e la rete ferroviaria risale al 1900. «Il paese, e la Sicilia, non possono fare a meno delle grandi aziende», è la tesi di Bentivogli che ha ripreso le analisi di Picciurro, svolte in apertura dei lavori.