Sacconi: cambiamento già in atto
Epifani: «Il problema è l'auto, non il nostro Paese». Bonanni: «Profitti ai lavoratori, su questo sfido il Lingotto»
ROMA - «L’Italia e’ un Paese che già ha dimostrato l’attitudine ad evolvere verso una maggiore competitività nel rispetto dei diritti dei lavoratori incluso il diritto ad incrementi salariali legati a una maggiore produttività».
Così si e’ espresso il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, commentando le parole dell’amministratore della Fiat, Sergio Marchionne, e ricordandogli che se «e’ legittimo da parte sua invocare maggiore produttività», e’ anche vero che «la maggioranza delle organizzazioni sindacali e le istituzioni si sono già rese concretamente disponibili ai necessari cambiamenti. Marchionne ci ha ricordato che Fiat oggi e’ un Gruppo multinazionale con stabilimenti distribuiti in diverse dimensioni economiche e sociali. Noi ricordiamo a lui che l’Italia e’ il Paese di storico insediamento del Gruppo automobilistico ove ha depositato impianti e soprattutto un grande patrimonio di esperienze e professionalità».
BONANNI - Aumento dei salari «legati alla produttività», «ripartizione degli utili» e partecipazione dei lavoratori «alle decisioni dell'azienda». Sono queste le sfide che il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, lancia all'amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne.
In un'intervista al Corriere della sera Bonanni commenta le dichiarazioni del numero uno di Fiat a Che tempo che fa. «Neanche un euro dell'utile 2010 viene da stabilimenti nazionali», aveva detto Sergio Marchionne. «Ne avevamo parlato - afferma Bonanni - occorre vedere insieme come si può arrivare ad un utilizzo intensivo degli impianti adeguandoci a ciò che avviene in altri Paesi europei. Sappiamo che le difficoltà stanno più lì che nel costo del lavoro. E' di questo che dobbiamo parlare».
«Lancio una sfida all'amministratore delegato del Lingotto - afferma Bonanni - arriviamo al pieno utilizzo degli impianti in cambio non solo del salario di produttività, ma anche della ripartizione degli utili» e «si arrivi ad un livello alto di partecipazione delle decisioni aziendali. Si tratta di scelte che possono scatenare una rivoluzione rispetto ai vecchi rapporti industriali».
PALOMBELLA - E' arrivato il momento per l'ad di Fiat di «dire cosa vuole fare veramente: investire o no in Italia?» Rocco Palombella, segretario della Uilm, commenta a caldo le dichiarazioni dell'ad di Fiat sottolineando che «continuare a dire che solo all'estero la società realizza profitti è umiliante per i lavoratori. Frasi offensive per chi si sta impegnando per la realizzazione del progetto Fabbrica Italia».
Secondo Palombella le dichiarazioni di Marchionne in televisione «vanno bene, ma devono essere seguite il giorno dopo da una trattativa con il sindacato. La Uilm, che ha siglato l'accordo di Pomigliano senza dirsi però disposta a firmare «cambiali in bianco», chiede a Marchionne «proposte unitarie e concrete», per discutere di un piano per ogni stabilimento italiano.
«Parlare di incremento di stipendi e di organizzazione del lavoro va bene - ha concluso - ma servono proposte concrete».
EPIFANI - L'ad di Fiat «scarica le colpe sugli operai» e parla «come se volesse andare via dall'Italia». Quella di Marchionne è «una prova di forza» e lui «è un grandissimo negoziatore». E' duro il commento del leader della Cgil, Guglielmo Epifani, all'intervista rilasciata dal numero uno del Lingotto, Sergio Marchionne, alla trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio.
In un colloquio con il quotidiano la Repubblica, Epifani critica aspramente le parole di Marchionne: «La verità è che vorrebbe andarsene dall'Italia. D'altra parte - dice - è lui stesso che continua a dirlo. Non a caso sostiene di non avere più debiti con il nostro Paese. E' come se si sentisse obbligato a stare qui da noi, mentre il gruppo è sempre più americano, forte in Brasile e negli Stati Uniti».
«Avevamo capito da tempo - sostiene Epifani - che Marchionne fosse molto scettico sul futuro della Fiat in Italia. Lo avevamo capito dopo la decisione di chiudere lo stabilimento siciliano di Termini Imerese e poi dall'ipotesi per molto tempo in ballo di chiudere anche Pomigliano d'Arco». «Abbiamo assistito - aggiunge il leader della Cgil - a una sorta di roulette russa. Davvero c'è qualcosa che non torna».
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