12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
Con la crisi di Dubai mercati sull’orlo di una crisi di nervi

Che fine hanno fatto le regole del mercato?

Il Nobel Robert Merton: «Attenti alla bolla immobiliare»

E’ una notizia da una riga che nella maggior parte dei quotidiani di oggi è relegata in angolino dei commenti di Borsa: la Consob, questa è la notizia, ha deciso di non prorogare il regime restrittivo attualmente in vigore in materia di vendite allo scoperto.
Poiché il provvedimento era stato preso in risposta allo tsunami finanziario che ha travolto i mercati di tutto il mondo dobbiamo desumere che la Consob giudichi finita l’emergenza e normalizzato il mercato azionario.

Ma il pericolo nelle Borse mondiali è effettivamente scongiurato? Bisogna dire che il provvedimento della Consob arriva in concomitanza con episodio che ha messo allo scoperto una propensione al panico dei mercati che è tutt’altro che rassicurante.
Stiamo parlando della bolla immobiliare scoppiata a Dubai e della denuncia di insolvenza della Dubai World, la holding che fa capo al governo dell’emirato. Il buco emerso a Dubai non è da poco, si parla di circa sessanta miliardi di dollari, ma la reazione delle Borse mondiali, che in sola mattinata hanno bruciato 150 miliardi di dollari è stata del tutto sproporzionata.

E’ vero che, passata la prima sfuriata, le Borse hanno ripreso quota e che a bagnomaria è rimasto, come doveva essere, solo il mercato di Dubai, ma il panico che si è diffuso sui mercati, anche se per poche ore, dimostra perlomeno due cose:
primo, che gli operatori vivono uno stato di in certezza probabilmente motivato da partite ingenti ancora aperte, come, per esempio quella sui derivati, quindi basta poco per indurli a pensare di essere di fronte ad una nuova resa dei conti;
secondo, che i mercati hanno ripreso a viaggiare secondo ritmi e criteri che poco hanno da spartire con la realtà: hanno infatti vissuto questi ultimi mesi in un eccesso di ottimismo, quando le condizione dell’economia reale erano ancora molto deteriorate, mentre si sono fatti cogliere da un attacco depressivo ora, nonostante tutti i sensori abbiano confermato il ritorno alla crescita dell’economia reale.

E’ un atteggiamento che si può spiegare solo in un modo: chi opera sui mercati sa benissimo che dai giorni in cui il mondo ha tremato ad oggi nulla è cambiato.
Dai vari vertici planetari, a otto o a venti i risultato è stato lo stesso, si è usciti con tanti buoni proponimenti e nessun atto concreto. A meno di considerare risolutivo lo stop ai bonus dei banchieri, peraltro già abbondantemente aggirato appena il vento ha cominciato a girare in senso più favorevole.
Dei derivati si sa solo che continuano ad essere un trombo vagante nelle arterie del sistema globale;
dei controlli sugli hedge fund, i fondi speculativi per eccellenza si è persa la traccia;
i paradisi fiscali continuano a stare dove stavano prima, anche perché solo guardando all’Italia si da il caso che oltre il 50 per cento delle aziende iscritte sul listino di piazza Affari, nonché il 25 per cento dei gruppi bancari, possiedono una partecipata in un paradiso fiscale.
Intanto hanno cominciato a rialzare la testa i fautori della finanza innovativa.

Robert Merton, premio Nobel per l’economia, sul giornale della Confindustria la assolve da tutti i peccati, sostenendo che le cause del maxi crollo non sono da imputare a strumenti finanziari come i derivati o ad altre invenzioni dei mercati, ma all’uso che se ne è fatto.
Per Robert Merton se c’è una bolla in giro da temere è semmai quella che si potrebbe determinare di nuovo sul mercato immobiliare. Per quanto riguarda la finanza innovativa, dice il premio Nobel, in barba a tutto quello che è successo, è meglio «non tarpargli le ali». A favore di chi, e per quale nobile scopo si dovrebbe esercitare tanta cautela, Merton però non lo spiega.
Fortunatamente ogni tanto si avverte che non proprio tutti hanno perso l’uso della ragione.

A Milano si è tenuto un convegno a più voci con tanto di filosofi, economisti, imprenditori. Una sorta di processo che ha visto imputato il capitalismo. La sentenza è stata di assoluzione, ma a patto che da ora in poi il capitalismo se ne vada in giro con un «insegnante di sostegno» che ne controlli gli eccessi, ne attenui le compulsioni, ne corregga le deviazioni.
Con tanti saluti a tutti quelli che sostengono che «il mercato dagli errori si può corregge da solo».