12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
I mercati finanziari puntano a tornare ai valori pre-crisi

Per la ripresa ci vuole la Tav, non la Borsa

Intanto diventa più difficile trovare i soldi per il Ponte sullo Stretto

Fra tanti piccoli lumicini che si accendono sulla crisi risplende improvviso un faro, si chiama Borsa.
L’indice Dow Jones a Wall Street alla fine della scorsa settimana è ritornato sopra quota diecimila, con un recupero del 53 per cento sul livello minimo di sette mesi fa. Quasi un miracolo rispetto al baratro in cui sembrava essere destinato il mercato azionario americano.
In Italia Piazza Affari, rispetto al marzo scorso, ha recuperato addirittura il 93 per cento.
Ricominciano a volare paroloni come «ottimismo» «euforia». Insomma c’è già chi è pronto a stappare lo champagne per il ritorno delle vacche grasse. Ma vedere tutto rosa, allo stato attuale, è giustificato?

Non c’è dubbio che sui mercati siano tornati a circolare molti quattrini. In parte è più che comprensibile se si tiene conto della montagna di denaro che i governi hanno pompato nel sistema nelle ore del panico ed della paura per i fallimenti a catena. Una buona massa di liquidi è stata inoltre riportata sulla scena da quelle istituzioni finanziarie che sono state pesantemente bastonate dalla crisi, ma possono ancora vantare gruzzoli miliardari accantonati negli anni dei guadagni facili.
Il punto è proprio questo, queste armate finanziarie che hanno già quasi mandato a gambe all’aria l’intera economia mondiale, hanno imparato la lezione, ma soprattutto hanno imparato,nel frattempo, mestieri alternativi per fare profitti con i soldi dei risparmiatori (ora anche dei contribuenti)? O si sono ripresentate sul mercato con il solito armamentario, la vecchia mercanzia a base di «future», «derivati»e altri strumenti finanziari che va bene quando somigliano al gioco della roulette, dal momento che abbiamo scoperto che l’epoca «eurea» fondava le sue fortune molto spesso addirittura sul gioco delle tre carte?

Vuol dire che ci risiamo? Sembrerebbe proprio di sì, se si guarda che cosa è accaduto al mercato dei «derivati» dopo il ciclone del 2008. I più diffusi, quelli sui tassi di interesse, sono passati da un valore nominale di 403 mila miliardi nella seconda metà del 2008 a 414 mila miliardi alla fine di giugno 2009. A metà del 2009 l’ammontare totale dichiarato del nominale sui derivati esistenti era a 445.312 mila miliardi di dollari più o meno nove volte più della ricchezza prodotta in un anno nel mondo (Pil del mondo).
Ora ne sappiamo, però, di più sulla loro natura rispetto al giorno in cui il pianeta si svegliò e venne sapere che le più grandi istituzioni finanziarie del mondo sedevano su barili di dinamite dei quali non conoscevano nemmeno la consistenza, poiché da anni si scambiavano materiale cartaceo senza una effettiva copertura monetaria? Nemmeno a parlarne. Due riunioni del G20 non hanno nemmeno preso in considerazione l’imposizione ai mercati di una maggiore trasparenza dei derivati e di altri prodotti affini. Tutti i riflettori dei grandi della terra sono stati puntati sugli stipendi ai manager (una goccia rispetto all’oceano dei derivati) ma non una parola ha rotto il silenzio omertoso che continua ad avvolgere molta della mercanzia finanziaria che gira per il mondo.

Ecco un’altra buona ragione per esultare troppo per la ripresa delle Borse: i risultati più sorprendenti, al momento, fanno infatti nuovamente capo al sistema della finanza.
Prendiamo il caso italiano. Da un lato c’è stato un recupero vistoso del listino di Piazza Affari, ma sul versante opposto ci sono trentanove società quotate in Borsa, praticamente una su cinque del listino, che sono finite sotto il mirino della Consob:sono a rischio di rimanere intrappolate in una crisi finanziaria. Sono tutte aziende manifatturiere di media grandezza.

Allora va bene che le banche italiane siano tornate in piena salute. Va bene che facciano a meno dei Tremonti bond, tutto di guadagnato per il debito pubblico. Va bene che i loro titoli crescano di valore in Borsa. Ma va bene anche chiedersi, da dove viene questa rinnovata salute? E’molto improbabile che la fonte sia l’attività di credito, altrimenti bisognerebbe pensare che i pianti quotidiani degli imprenditori sul Sole24Ore siano falsi. Difficilmente il ricostituente può essere stato il comparto dei mutui, falcidiati dalla crisi e dalle nuove regole sui finanziamenti imposti dall’Union Europea.
Quindi è facile che la maggior parte della linfa derivi dalle commissioni e dall’attività di trading. Più che legittima, intendiamoci. Ma, se fosse così, saremmo alla solite del denaro che genera denaro.

Ponte sullo Stretto di Messina - E’anche per combattere questa spirale che fa bene il Presidente del Consiglio ad insistere per l’avvio rapido dei lavori per il ponte sullo Stretto di Messina. E’ nell’economia reale che i debiti giustamente prendono il nome di investimenti, ed è lì che i soldi a disposizione, ma anche quelli presi a prestito, devono essere diretti. Perché è nell’economia reale che i soldi producono lavoro, generano sviluppo e quindi nuova ricchezza.
Ai tempi della Prima Repubblica, Bettino Craxi, da presidente del Consiglio, mise una pietra tombale sul progetto di costruire il ponte adducendo il rischio che i fondi sarebbero finiti nelle tasche della mafia. Era una nobile giustificazione. Ma da allora la mafia che fine ha fatto? Senza il ponte, è rimasta al verde o è viva e vegeta più di prima? In compenso i siciliani stanno attaccati al resto del paese grazie a treni e auto che viaggiano sul traghetto.
Certamente la prima cosa da fare è tenere lontana la mafia dal ponte. Ma la seconda cosa da fare è ripetersi mille volte al giorno che dalla crisi non si esce con i listini di Borsa. Il valore accresciuto dei mercati deve essere una conseguenza, quando mai è stato la causa dello sviluppo? Bisogna ammodernare l’Italia, avvicinarla con la Tav, informatizzarla.
Per rilanciarla, se necessario fare le buche e poi farle riempire. Era quello che predicava John Maynard Keynes e la storia gli ha dato ragione.