8 aprile 2020
Aggiornato 18:30
La Cia disegna una situazione sempre più grave

Grano: è una vera “debacle”. Crollo di semine e rese

Prezzi in caduta libera. Il maltempo falcidia i raccolti. Subito un Patto di filiera

ROMA - Per il grano «made in Italy» è una vera «debacle». Il 2009 sarà ricordato come uno degli anni più difficili per questo importante comparto agricolo. Per il «duro» gli ettari seminati sono diminuiti di circa il 30 per cento rispetto al 2008, le rese dei primi raccolti evidenziano un calo tra il 15 e il 20 per cento, mentre i prezzi sul campo registrano un drammatico crollo: oltre il 45 per cento nei confronti della precedente campagna produttiva. Discorso analogo, ma con flessioni più contenute, per il «tenero», le cui colture diminuiscono dell’8 per cento. Anche qui, però, raccolti e semine sono in netta flessione (meno 15 per cento). E’ quanto denuncia la Cia-Confederazione italiana che, sulla base delle ultime stime dell’Ismea, disegna un situazione gravissima con i produttori alle prese con costi sempre più pesanti e sollecita un concreto confronto di filiera per arrivare ad un valido Patto.

Due le cause di questo allarmante scenario: il maltempo che, prima, ha impedito le semine e, poi, ha falcidiato i raccolti e i prezzi in calo verticale. Ad esempio, le quotazioni del grano duro -avverte la Cia- sono inferiori a quelle di vent’anni fa. Un quintale può essere pagato anche 14-15 euro. La media si aggira in ogni modo intorno ai 17-20 euro. I rincari registrati dai mercati all’inizio del 2008 sono rientrati immediatamente e adesso si assiste ad un drastico «taglio».

Secondo le ultime stime dell’Ismea, la superficie seminata a grano duro si dovrebbe attestare, quest’anno, attorno ad 1,16 milioni di ettari, contro 1,59 milioni del 2008. Un andamento -sottolinea la Cia- che ha interessato tutte le regioni vocate a questa coltura. Così vediamo la Puglia perdere il 25 per cento delle superfici, la Sicilia e la Basilicata arretrare del 21 per cento.

Per il frumento tenero, invece, gli ettari coltivati sono scesi -sottolinea la Cia- da 703 mila ettari dello scorso anno ai 646 ettari di questa campagna. In particolare, in Emilia Romagna, prima regione dedita a questa coltura, le semine, secondo l'Ismea, avrebbero segnato una contrazione del 6 per cento, a fronte di riduzioni dell'1 per cento in Veneto e del 9 per cento in Piemonte. In calo anche la Lombardia (meno 6 per cento), con perdite più accentuate al Centro e in Friuli Venezia Giulia.
Anche per il grano tenero la situazione dei prezzi non si presenta certo migliore. Rispetto allo scorso anno -rileva la Cia- si ha una flessione di oltre il 30 per cento. Un quintale può essere pagato anche meno di 15 euro.

Per questa ragione la Cia sottolinea la necessità di un riconoscimento della qualità del grano italiano che spesso l’industria (pasta e panificazione) non vuole dare. Da qui l’esigenza di arrivare ad un organico Patto di filiera che permetta di costituire al più presto una seria interprofessione del settore, che, oltretutto, sconta di un’insufficiente organizzazione.

La Cia, quindi, rinnova al ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali la richiesta di una rapida approvazione del Piano di settore cerealicolo che, pur con una scarsa dotazione finanziaria, potrebbe attivare, in un quadro organico, contratti di filiera, Psr, ricerca e sperimentazione. Accanto a ciò, occorrono investimenti per modernizzare la rete degli stoccaggi e per sviluppare la logistica commerciale.

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