17 novembre 2019
Aggiornato 11:00
Festival del cinema

Venezia, «The look of silence»: Oppenheimer racconta il genocidio in Indonesia

Adi Rukun è un oculista di 44 anni, al quale hanno ucciso il fratello, che avvicina i capi degli squadroni della morte con la scusa di misurare loro la vista. Ne emergono racconti agghiaccianti

VENEZIA - 71esima Mostra del Cinema di Venezia un po' scarsina fino ad ora. Tra i film già visti però un plauso (grande) va a «The look of silence» di Joshua Oppenheimer, seguito del documentario «The Act of Killing» sul tema del genocidio in Indonesia. I carnefici, ex membri degli squadroni della morte, capitanati da Anwar Congo, che nel 1965 salirono al potere massacrando tutti i presunti comunisti, sono lì a raccontare con orgoglio le loro prodezze mentre le vittime sono nella prospettiva del silenzio.

TROUPE A RISCHIO - La pellicola, distribuita in Italia da Wonder Pictures, «è stato un film assolutamente a rischio – ha spiegato il regista americano ormai trasferitosi a Copenaghen –. La troupe non compare nei titoli di coda e anche il protagonista, Aki Rukun, a cui è stato ucciso davvero un fratello di nome Rumli dalle squadre della morte, è stato molto coraggioso a prestarsi a far parte di questo film». Un lavoro di denuncia, ottimamente riuscito.

RACCONTI INDICIBILI - Adi Rukun è un oculista di 44 anni, al quale hanno ucciso il fratello, che avvicina i capi degli squadroni della morte con la scusa di misurare loro la vista. Così iniziano le domande su quello che è successo, su come è successo. Molti degli assassini sono ormai vecchi, poco lucidi. I racconti parlano di orrori indicibili. Qualcuno rivela che beveva il sangue delle vittime appena sgozzate, «un modo per non diventare pazzo e non salire sugli alberi a pregare». Ci sono vecchi che ammettono solo davanti alla macchina da presa le loro imprese di fronte ai propri familiari («Io li sgozzavo e poi gli tagliavo il pene»), spesso ignari delle loro violenze. E ci sono le madri, tante madri, che non perdonano: «Prego tutte le sere che i figli degli assassini soffrano quanto hanno sofferto i nostri».

UN FILM DENUNCIA - «Volevo con le mie domande che chi allora aveva ucciso ammetta di averlo fatto – aggiunge Rukun –. Viviamo in un'unica comunità. Io voglio che tutto questo abbia fine, e finisca il risentimento tra vittime e carnefici. Non credo che questo lavoro possa guarire le ferite delle mia famiglia ma i miei figli avranno almeno la possibilità di migliorare le cose».