10 dicembre 2019
Aggiornato 03:00
Mostra

Andy Warhol «vetrinista» e il suo amore per Napoli

In mostra fino al 20 luglio al Pan | Palazzo delle Arti di Napoli 150 opere del genio della Pop Art che celebrano gli inizi della sua carriera, quando lavorava a Madison Avenue, e la sua passione viscerale per la città partenopea

NAPOLI – Un Andy Warhol meno noto, e il suo profondo legame con Napoli. La mostra che si apre oggi al Pan | Palazzo delle Arti della città partenopea, dal titolo «Andy Warhol. Vetrine» (fino al 20 luglio), celebra l'inizio della carriera del genio della Pop Art quando, a metà degli anni '50, lavorava come grafico pubblicitario e vetrinista per i negozi di Madison Avenue.

Curata da Achille Bonito Oliva, l'esposizione raccoglie 150 opere e un gruppo importante di lavori su carta tratti dalla serie «Golden Shoes». L'idea era semplice, ma rivoluzionaria: un oggetto comune come una scarpa viene elevato a oggetto artistico secondo i principi del ready-made e le regole dall'arte commerciale, la Pop Art appunto.

Analogamente, chiude la mostra la presentazione di serigrafie delle leggendarie «Campbell’s soup» e dei «Camoufflage», «scatole-scultura» e t-shirt realizzate dalla Andy Warhol Foundation for the Visual Arts in sintonia con la volontà dell’artista, che inseguiva il sogno di popolarità attraverso la moltiplicazione seriale delle sue opere, in un’inedita competizione con le tecniche di produzione industriale e le regole della grande distribuzione.

Il legame con Napoli, dicevamo. Warhol si innamorò della città a metà degli anni '70 grazie all’amicizia con il gallerista Lucio Amelio. Il percorso espositivo si snoda proprio attraverso i ritratti dei personaggi più noti della Napoli viva e verace, che l’artista ebbe modo di conoscere durante le sue visite in Italia, quali Graziella Lonardi Buontempo, Ernesto Esposito, Peppino di Bernardo e Joseph Beuys, oltre alle vedute partenopee delle sue «Napoliroid».

Proprio all’amicizia con Lucio Amelio si deve la nascita del suo più noto e monumentale headline work, «Fate presto», basato sulla prima pagina del «Mattino» del 23 novembre 1980, il cui strillo trasformava in notizia l’evento drammatico del terremoto in Irpinia. La catastrofe impressionò così tanto Warhol da ispiragli, qualche anno più tardi, una nuova serie di lavori, «Vesuvius», in cui l’immagine del vulcano, uno dei temi classici dell’iconografia locale, viene replicata ossessivamente in colori diversi. «Per me l’eruzione – spiegò – è un’immagine sconvolgente, un avvenimento straordinario e anche un grande pezzo di scultura. Il Vesuvio per me è molto più grande di un mito: è una cosa terribilmente reale».

Adombrando fenomeni caratteristici di Napoli come i «femminielli», la produzione dei falsi o la tradizione canora, la mostra propone la serie «Ledies and Gentlemen» del 1975, con relativi acetati e polaroid, e i disegni realizzati dall’artista a partire dalle fotografie di Wilhelm von Gloeden (1978) acquistate da Lucio Amelio.

Si possono poi vedere la storica serie «Marilyn» del 1967 e quella firmata nel 1985 da Warhol con la scritta «Questa non è mia» («Marilyn this is not by me»), nonché le numerose collaborazioni avute dall’artista con case discografiche, cantanti e gruppi musicali, firmando cover diventate rare già alla fine degli anni '40 e altre entrate a pieno titolo nella storia del rock.

Seguendo la liaison imaginaire tra Napoli e New York cercata a suo tempo da Amelio, il percorso espositivo rintraccia i nodi di una sotterranea empatia tra l’underground promiscuo e multirazziale, bello e dannato della metropoli statunitense e la magmatica creatività popolare della capitale storica del Mediterraneo. Un territorio sempre in bilico tra morte e rinascita, dramma e commedia, ricchezze artistico-culturali e paccottiglia kitsch, che ancora una volta si manifesta quale sipario strappato sulla scena interiore della contemporaneità.