29 agosto 2025
Aggiornato 05:30
Fino al 21 febbraio

De Ribera e il Seicento napoletano in mostra a Torino

A Palazzo Madama un percorso breve ma molto intimo che illustra magistralmente alcuni degli esponenti più importanti della pittura napoletana del primo Seicento che si formarono attorno al maestro spagnolo de Ribera

TORINO - La meraviglia del Seicento napoletano sbarca a Torino. Si è aperta il 12 dicembre la bellissima mostra «Jusepe de Ribera e la pittura a Napoli», allestita nella Camera delle Guardie di Palazzo Madama fino al 14 gennaio: un percorso breve ma molto intimo che illustra magistralmente alcuni degli esponenti più importanti della pittura napoletana del primo Seicento che si formarono attorno al maestro spagnolo de Ribera, attivo nella città partenopea per un trentennio, dal 1616 al 1652.

L'uso sapiente della luce
In mostra troviamo tutti i tratti caratterizzanti della sua produzione: l'attenzione per il dato realistico delle fisionomie e delle emozioni, l'uso sapiente della luce e dell'ombra, la conoscenza profonda e la rielaborazione dei modelli della pittura italiana del Rinascimento. Cifra stilistica con cui in vario modo de Ribera influenzò il napoletano Giovanni Ricca, il campano Francesco Guarino, i fiamminghi Matias Stom ed Hendrick de Somer, l'anonimo Maestro dell'Annuncio ai Pastori, tutti presenti in mostra.

Giovanni Ricca e la sua «Santa Caterina di Alessandria»
Proprio recentemente è arrivata la conferma dell'attribuzione a Giovanni Ricca della bellissima «Santa Caterina di Alessandria», acquistata da Palazzo Madama nel 2006: appartenuto alla collezione di Giulio Einaudi, il dipinto è stato esposto nelle maggiori mostre di arte napoletana degli ultimi decenni del Novecento con varie attribuzioni. Ora invece sappiamo con certezza che a dipingerla intorno al 1635 fu Ricca, artista che emerse tra gli allievi napoletani di de Ribera con una personalità originale orientata verso il naturalismo e il classicismo.

I prestiti di Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli
Ribera è presente in mostra con il «Cristo flagellato» della Galleria Sabauda di Torino, dipinto tra il secondo e il terzo decennio del Seicento, riprendendo un modello già utilizzato per la quadreria dei Gerolamini di Napoli. L’occasione della mostra nasce dal prestito di tre importanti dipinti delle collezioni di Palazzo Zevallos Stigliano a Napoli, di proprietà Intesa Sanpaolo, che sono arrivate a Palazzo Madama per uno scambio con il «Ritratto d’uomo» di Antonello da Messina: si tratta dell’«Adorazione dei Magi» del Maestro dell'Annuncio ai pastori (1635 circa), di «Tobia che ridona la vista al padre» di Hendrick de Somer (1635 circa) e del «San Giorgio» di Francesco Guarino (1645 – 1650 circa).

Un itinerario intorno alla «Santa Caterina»
I tre dipinti pongono le basi per costruire intorno alla «Santa Caterina» un itinerario tra gli artisti che seguirono gli insegnamenti di de Ribera, arrivato a Napoli su invito del viceré spagnolo nel 1616. Il pittore spagnolo trascorse lì gran parte della sua vita ed esercitò una notevole influenza sugli artisti della regione con una produzione inizialmente legata al caravaggismo, ma via via più personale per la forte intensità emotiva e il cromatismo accentuato dai chiaroscuri.

Il Maestro degli Annunci ai Pastori e De Somer
Il percorso si apre con l’»Adorazione dei Magi» del Maestro degli Annunci ai pastori, che è stato spesso identificato con Bartolomeo Passante, ma che, pur essendo una delle principali personalità del panorama napoletano, ancora oggi rimane anonimo. Prosegue con due tele del belga Hendrick de Somer, divenuto uno degli interpreti più fedeli del potente realismo di de Ribera: «Tobia che ridona la vista al padre» e il «Mosè» di una collezione privata (1638 circa), derivato dall’analogo dipinto sulla controfacciata della certosa di San Martino a Napoli.

Il «San Giorgio» di Guarino
La figura di Hendrick de Somer è stata spesso sovrapposta con quella di Giovanni Ricca, punto nodale della mostra: la «Santa Caterina» torinese viene messa a confronto con la pala con «Sant’Elisabetta di Ungheria e santa Francesca Romana» del 1634, e con la «Maddalena penitente» di una collezione privata e la «Giuditta con la testa di Oloferne» del Museo Diocesano di Salerno, perfetta unione tra naturalismo e classicismo con risultati di eccezionale eleganza. Infine, il «San Giorgio» di Francesco Guarino esprime tra gli artisti della cerchia di Ribera la componente più legata al colorismo, con l'immagine raffinata ed espressiva di un santo che si mette la mano sul cuore dopo aver ucciso il drago, riverso al suo fianco.