27 febbraio 2020
Aggiornato 23:30
Calcio

Milan: i dubbi di Maldini e Leonardo non erano capricci

L’ennesimo rinvio della trattativa per la cessione della società riporta alla mente i rifiuti eccellenti degli ex campioni rossoneri, forse lungimiranti in una situazione ancora da chiarire

MILANO - Agosto, poi novembre, poi dicembre, infine il 3 marzo, l’ultima data assicurata e spergiurata da Silvio Berlusconi e dalla Sino Europe Sports per definire e ratificare la trattativa che dovrebbe (ed ora il condizionale è più che dovuto) portare il Milan dalle mani del Cavaliere di Arcore a quelle della cordata cinese formata da investitori ancora tutti da scoprire. E invece ecco un’altra proroga, un’altra data saltata, l’esito posticipato e, tanto per gradire, un’altra caparra da 100 milioni versata dagli asiatici alla Fininvest, sembra il celebre romanzo Aspettando Godot, sembra una commedia ma in realtà non c’è niente da ridere. Il Milan continua a ricevere mance (oddio, 100 milioni di mancia non sono affatto pochi), collette, assegni ed assicurazioni temporanee, ma non ancora la certezza di chi sarà al timone del club a partire dalla prossima stagione. Oh sì, Marco Fassone sarà il futuro amministratore delegato e Massimiliano Mirabelli il futuro direttore sportivo, ma gestiti da chi? A partire da quando? Mistero.

C’è chi dice no

Eppure in molti si erano scandalizzati nello scorso autunno quando Paolo Maldini prima e Leonardo poi erano stati contattati dal nuovo Milan per assumere degli incarichi in società. Ruoli forse non graditi ai due ex calciatori che gentilmente ma con fermezza avevano declinato ogni offerta. «Ma come, decantano l’amore per il Milan e poi lo rifiutano?», aveva obiettato qualcuno. In realtà entrambi avevano espresso perplessità circa la futura conduzione della società milanese: Leonardo a Sky aveva detto che non si sarebbe neanche seduto a parlare con la dirigenza senza prima sapere chi ci fosse alla guida della cordata, facendo un preciso e circostanziato paragone con la chiamata avuta qualche anno fa (con incarico poi accettato dal brasiliano) dal Paris Saint Germain e in cui i francesi lo avevano condotto direttamente dallo sceicco proprietario del club che aveva illustrato dettagliatamente progetti, ambizioni e traguardi, oltre naturalmente a chiarire e definire il budget a disposizione per le operazioni di mercato. Tutto ciò al Milan, secondo Leonardo, non sarebbe stato possibile perché l’unico collante fra dirigenza e collaboratori era Fassone, ottima persona e professionista esemplare, ci mancherebbe, ma non uno dei proprietari. Più o meno anche Paolo Maldini, storico capitano del Milan, rossonero dal 1985 al 2009, aveva detto no a Fassone: il ruolo a lui proposto non lo vedeva protagonista diretto delle scelte da prendere, dovendosi sempre e comunque interfacciare con l’ex dirigente interista per avere l’ok nelle decisioni e, come nel caso di Leonardo, l’unico interlocutore sembrava Fassone stesso, nessun rappresentante della cordata cinese all’orizzonte. E appena qualche giorno fa, forse per caso, forse per un presentimento, forse casualmente e basta, Paolo Maldini aveva ribadito: «Il mio amore per il Milan è intatto, così come intatti sono i miei dubbi sulla trattativa fra Berlusconi e i cinesi». La cessione è cosa fatta, dicono. La cessione avverrà, dicono. I tifosi possono stare tranquilli, dicono. Anche Leonardo e Maldini dicono. Dicono no.