16 ottobre 2019
Aggiornato 06:00
Lotta ai tumori

Tumore al seno in premenopausa, ecco la strategia vincente

Due studi internazionali mostrano come è oggi possibile intervenire con tre differenti terapie nel prevenire le recidive dopo la chirurgia per carcinoma mammario

Tumore al seno
Tumore al seno Shutterstock

AVIANO – Diversi approcci e diverse terapie, perché i tumori mammari, così come le donne, non sono tutti uguali. Il carcinoma mammario è comunque il tumore più frequente tra il sesso femminile. In Italia, una donna su otto è destinata ad ammalarsi di tale patologia con circa 50mila casi anno di cui 1.300 in Friuli-Venezia Giulia e 5.000 in Veneto. In una buona percentuale la diagnosi viene fatta nel periodo che precede la menopausa.

Il ruolo degli ormoni
Da tempo, si legge in un comunicato dell’Istituto Nazionale Tumori Cro Aviano, è nota la relazione tra esposizione agli ormoni femminili e carcinoma mammario. E la ricerca ha prodotto informazioni crescenti sulla possibilità di modulare lo stimolo esercitato dagli stessi ormoni nei confronti delle cellule tumorali. I tumori mammari, però, non sono tutti uguali. Parallelamente, le donne che si ammalano presentano, ognuna, caratteristiche distinte. Ne consegue che la terapia non potrà essere la stessa nelle diverse situazioni cliniche. Le forme tumorali correlate con gli ormoni sono le più frequenti (più di tre casi su quattro), e si distinguono per l’espressione di specifici recettori presenti a livello del nucleo cellulare. Ed è proprio dall’interazione tra estrogeni e recettore che nasce un messaggio favorente la crescita tumorale. Si comprende pertanto come il razionale della terapia endocrina sia quello di inibire lo stimolo estrogenico per impedire alle cellule tumorali di duplicarsi.

Come si raggiunge l’obiettivo
Tale obiettivo può essere raggiunto essenzialmente in due modi: interferendo con il legame tra estrogeno e recettore (è il caso del farmaco tamoxifen) oppure riducendo la produzione di estrogeni. La fonte principale di estrogeni è diversa a seconda dello stato menopausale in cui si trova la donna: produzione ovarica nella fase premenopausale e produzione extraovarica nella fase postmenopausale. La soppressione della funzione ovarica, ottenibile mediante l’impiego di farmaci noti come LHRH-analoghi, e la concomitante inibizione della produzione extraovarica di estrogeni, attraverso l’uso dei cosiddetti inibitori dell’enzima aromatasi, rappresentano perciò una potenziale strategia terapeutica nelle donne in stato premenopausale con diagnosi di tumore mammario.

Gli studi
Due studi internazionali condotti tra il 2003 e il 2011 su un totale di oltre 5.000 donne e coordinati dall’International Breast Cancer Study Group, hanno esaminato il ruolo di tre differenti terapie nel prevenire le recidive dopo la chirurgia per carcinoma mammario. L’analisi, aggiornata a un periodo di osservazione di 8-9 anni, ha dimostrato che il beneficio maggiore si ottiene dalla soppressione ovarica associata all’inibitore dell’aromatasi o al tamoxifene. Alla ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista New England Journal of Medicine, hanno partecipato in qualità di sperimentatori principali il prof. Fabio Puglisi, direttore della SOC Oncologia Medica e Prevenzione Oncologica del CRO di Aviano, e il dott. Simon Spazzapan, responsabile del Clinical Trial Office dello stesso Istituto. Sugli elementi che rendono l’analisi di tali studi così importante, Puglisi ha spiegato che «si tratta della prima dimostrazione formale di un vantaggio dalla soppressione della funzione ovarica nel ridurre il rischio di recidiva da carcinoma mammario in premenopausa, osservazione peraltro non scontata e di grande importanza clinica». Spazzapan ha aggiunto che «l’analisi evidenzia inoltre come sia possibile personalizzare la strategia terapeutica sulla base del rischio di recidiva, limitando l’incidenza di effetti collaterali grazie a un impiego ragionato dei farmaci disponibili».